27 luglio 2016

Dalla Librorcia: Novelle toscane, Iride Rossi Micheli e Fiora Bonelli

All'inizio di giugno io e il mio compagno ci siamo avventurati nella nostra prima vacanza, l'abbiamo voluta senza fissa dimora, abbiamo scelto un giro nomade in un po' di Toscana, senza andare tanto lontano per trovare posti meravigliosi.
La prima tappa del nostro primo viaggio improvvisato è stata Bagno Vignoni, frazione di San Quirico d'Orcia. Le mie ricerche su internet mi avevano invogliata a visitare questo piccolo borgo per due motivi essenzialmente: la particolarissima piazza occupata da una sorgente termale e il Parco dei Mulini. Se ripasserò da quelle parti, cosa probabile considerando la distanza non eccessiva, so che ci sarà anche un terzo motivo per parcheggiare e fare due passi a piedi: La Librorcia.

Ci sono entrata dentro solo per chiedere un'informazione, ma sono rimasta ipnotizzata. Sono uscita mogia mogia cercando di ripetermi come una cantilena: È il primo paese che visiti, il primo negozio in cui entri, non puoi cominciare subito spendendo 13 euro per un libro, chissà quanti ne troverai poi.
Lì per lì ha funzionato.
Intendo dire che ha funzionato il tempo di passeggiare attraverso il Parco dei mulini, poi quando sono ripassata lì davanti non ho saputo resistere. Ho salito di nuovo le scale e sono di nuovo entrata in quell'angolo di inaspettata bellezza. Non avevo mai visto una libreria così bella, piccola e accogliente. C'erano così tanti libri e poi il divano e tutti gli scaffali di legno...un posto incantato, davvero.
Mi emoziona ancora oggi l'idea che un uomo possa decidere di aprire una libreria in un posto così piccolo e che possa farlo in un modo così "giusto", senza essere stonato nei confronti di tutto quello che ha intorno.
Il primo souvenir della vacanza, insomma, è stato un libro: Novelle toscane di Iride Rossi Micheli e Fiora Bonelli. Di titoli interessanti ce n'erano davvero tanti, ma alla fine ho scelto questo per due motivi:
- mi piace leggere fiabe, favole, racconti e quant'altro;
- ho visto che al suo interno c'era la storia della capra ferrata che da piccola non volevo mai ascoltare quando tentava di raccontarmela mia zia, perché avevo paura.

Ora che ho finito di leggere tutte le novelle, ora che ho affrontato tutte le magie, gli incantesimi, le prove di coraggio e di bontà, posso dire di aver compiuto una scelta azzeccatissima. Quel libro è stato un prolungamento della vacanza e anche un tuffo indietro nel tempo, fino alla mia infanzia. Giorno dopo giorno mi ha regalato minuti di serenità e sorrisi, come solo le piccole cose belle sanno fare.

Mi raccomando, se passate a Bagno Vignoni, ricordatevi della Librorcia!

6 luglio 2016

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

Non mi sembra vero, ma credo di esserci riuscita. Dopo quasi due mesi di trascinamenti, sbadigli, dubbi esistenziali (E se lo lasciassi a metà?), udite udite: ce l'ho fatta.
A scalare l'Everest?
Ad attraversare l'Atlantico a nuoto?
No, qualcosa di ancora più titanico.
Suonino le trombe: posso finalmente riporre Che tu sia per me il coltello sullo scaffale dei libri letti. Alleluia alleluia.

Le aspettative erano alle stelle, ero sicura che avrei trovato una storia appassionata e appassionante, ma è stato tutto il contrario. 
Yair è un uomo di trentatré anni pieno di complessi, un giorno nota una donna in un gruppo di persone, la vede sorridere, scorge un suo gesto e decide: vuole conoscerla. Non è esatto dire che la vuole conoscere, ha d'impulso la sensazione che con lei possa nascere un rapporto esclusivo, intimo e al tempo stesso irreale, lontano dal quotidiano, incredibilmente vero. Yair le scrive una lettera e poi un'altra e un'altra ancora, vorrebbe che lei fosse per lui il coltello col quale tirare fuori tutta la verità, una verità che si cela dietro la banalità di esistenze normali (moglie, marito, figli, lavoro). 
La destinataria di tanto folle interesse è Myriam, che non pensa che Yair sia inquietante, né pazzo, né maniaco, né un potenziale assassino di donne sole: lei addirittura gli risponde. Ah, che sventura. Se lei non avesse continuato la corrispondenza questo romanzo non sarebbe mai nato.
Per le prime 236 pagine Grossman ci fa sorbire solo ed esclusivamente le lettere che lui scrive a lei e che lei conserva. Noi "conosciamo" Myriam attraverso la percezione di Yair (che tanto bene secondo me non sta comunque, lo ridico), lei non ha voce per quasi tutto il libro, tanto che a un certo punto mi sono pure chiesta se questo maniaco non si fosse inventato tutto, non solo l'attrazione, non solo l'amore (?), ma perfino la fortunatissima donna oggetto di cotanto, non so come definirlo, inquietantissimo slancio affettuoso.
Invece no. 
Dopo 236 pagine di lettere di Yair, alle quali sappiamo che Myriam ha risposto pur non avendo letto le risposte; dopo un primo incontro sotto la pioggia e dopo un secondo incontro in uno squallido albergo a ore nel quale i due (finalmente!) consumano questo grandissimo amore; dopo che lui si è stufato di questo gioco di corrispondenza epistolare (d'altra parte entrambi sarebbero sposati e con un figlio, ma sono dettagli); ecco, dopo tutto questo, dopo che Yair smette di scrivere a Myriam rivelandole chi è nella vita reale, lei finalmente acquista una propria voce.
Lui l'ha annientata, le ha azzerato la capacità cognitiva evidentemente, perché lei, sentendosi svuotata da quest'assenza non ha nient'altro da fare che ricopiare in un quaderno (che diventerà proprio questo romanzo) tutte le lettere che lui le ha inviato nei dieci mesi in cui si sono scritti. Quando arriva alla fine non può credere che lui davvero l'abbia rimossa dalla sua vita, dopo tutto quello che hanno condiviso, dopo tutto quello che si sono confidati, perciò continua il quaderno scrivendo lei delle lettere a Yair nella sua fantasia, scrivendo a se stessa, in realtà, come se tenesse un diario.
Il finale, che penso di non aver capito pienamente, di sicuro prova il fatto che avevo ragione quando sostenevo che Yair non aveva tutte le rotelle a posto. 
Faccio sinceramente fatica a trovare qualcosa che mi sia davvero piaciuto in questo romanzo. 
Myriam potrebbe essere un bel personaggio, una donna coraggiosa, che vive una vita complicata, con un marito che ama, Amos, una migliore amica morta anni indietro, Ana, e un figlio, Yochai, con seri problemi fisici e mentali (che si scoprirà poi non essere nemmeno suo figlio biologico). Appare sempre triste, fin dall'inizio, pagina dopo pagina si scopre il perché. 
Yair invece non mi ha per niente incuriosito, credo che qualunque donna lo avrebbe denunciato per stalking al posto di Myriam, ma giustamente la sua percezione della realtà lo ha spinto proprio verso di lei e non verso tutte le altre. Anche la moglie Maya sembra rassegnata alla sua stranezza e infedeltà, lui stesso è convinto di essere bravo a fare solo il padre di Yidò. In definitiva, non gli riesce di fare nemmeno quello. Vive solo per quello che non ha, nell'astrazione della sua fantasia, la realtà lo opprime e lui la fugge. 

Anche qui, mentre scrivo, cade la pioggia. La pioggia che Yair aspettava per porre fine al suo rapporto con Myriam. La pioggia che cancella, purifica, lava le anime. 
Addio Yair. Addio Myriam (non te l'hanno detto che non si accettano lettere dagli sconosciuti?).

20 giugno 2016

Un premio e 5 anni di blog (e sentirli tutti)

5 anni di blog, mamma mia quanti sono. Scarabocchi di pensieri li ha compiuti il 17, che era un venerdì come quello di cinque anni fa. È banale e scontato dirlo, ma tutto questo tempo è volato. Ero una ragazzina spaurita e sola, oggi sono una piccola donna con qualche lavoretto, qualche amica, un amore e una nipotina. La mia vita si è riempita e il blog si è svuotato. Non seguo più tutto come facevo prima, certe volte mi prende un po' di nostalgia, poi passa e mi dico Che vuoi farci? Stai crescendo
Sto crescendo.
Credo che continuerò ad affacciarmi tra queste pagine saltuariamente, quando avrò una storia su cui scarabocchiare, in maniera molto blanda e per niente impegnativa. Non riesco più a darmi scadenze, è bene che me ne faccia una ragione. 

Ho altri progetti in testa, ad esempio un nuovo blog, un blog creativo dove dar sfogo a una parte di me che sta prendendo sempre più piede. Ci sto lavorando da un po', vorrei iniziare a scriverci a settembre. Settembre mi sembra sempre un bel mese per cominciare le cose e sento di aver bisogno di respirare aria nuova, anche se non dimentico i luoghi e le persone che mi hanno fatta stare bene, come Scarabocchi di pensieri e le tante amiche (e compagni) che ho trovato lungo il cammino.

Adesso passo a ringraziare proprio una di loro, Martola, che mi ha assegnato il Liebster award per il blog, per cui devo rispondere alle sue dieci domande. 

1) Come è nato il tuo blog?
Il mio blog è nato per noia, una noia di ventenne senza arte né parte, confusa su tutto, in particolare su se stessa. Pisapia e De Magistris avevano appena combattuto e vinto la loro rivoluzione arancione e io sentivo profumo di libertà e di cambiamento. Però mi annoiavo. La scuola era finita, i miei ex compagni volati a studiare materie su cui fino al giorno prima non avevano mostrato il minimo interesse e io volevo dire la mia, tutto qui. Ricordo benissimo che avrei voluto scrivere di politica, anche se poi non l'ho mai fatto. Per mesi questo blog è stato un diario e una piazza bellissima, dove ho conosciuto persone bellissime. Ho fatto tutto con superficialità e non mi rendevo conto che stavo parlando di me, con chiunque. Quando l'ho messo a fuoco, spaventata dalle numerosissime visite che avevo, ho cancellato quasi tutto tenendo solo i libri. Da quel momento ho iniziato a parlare quasi soltanto di storie e il blog è rinato, questa volta per passione.
2) Quale è stato il primo libro di cui hai parlato sul tuo blog?
Nel giugno 2011 ho scritto de Il fabbricante di sogni, di Iqbal Masih.
3) Quale è stato invece l'ultimo?
L'Otello di Shakespeare. 
4) Quanto sono importanti le fotografie per il tuo blog, c'è un rapporto stretto tra fotografia e scrittura?
A me piace molto fare fotografie, da quando uso Instagram un po' più attivamente ho iniziato a fotografare anche i libri, che sono belli in tutti i sensi, secondo me. Anche nei miei post amo inserire alcune immagini, per rendere tutto più allegro e colorato.
5) Qual è il tuo libro preferito?
Domanda da un milione di euro. Ce ne saranno decine, ma il primo che mi viene in mente è sempre Venuto al mondo di Margaret Mazzantini.
6) Qual è il libro che hai fatto fatica a finire?
Ricordo Gli indifferenti di Moravia come il peggior obbligo di lettura di tutta la scuola, per finirlo c'ho messo tutta un'estate. 
7) C'è stato un libro che non hai letto fino in fondo?
Di solito non lascio libri a metà. Mi ostino a finirli, forse sbagliando, non lo so. Una volta, tempo fa, avevo deciso di leggere la Bibbia, così per cultura generale: credo di non aver concluso nemmeno la Genesi, ma quella vecchia idea ogni tanto mi ritorna in mente. Chissà...
8) Come fai a scegliere il prossimo libro da leggere, a quali consigli ti affidi?
Leggo molti blog e poi vado a istinto.
9) Sei una lettrice/un lettore che sottolinea frasi sui libri?
Sì, sempre. Rileggere le frasi di un libro me lo fa tornare in mente.
10) Hai un genere preferito oppure ne leggi molti?
Rispondo al contrario: non leggo horror, romanzi troppo rosa, fantasy. Vorrei leggere qualche giallo, ma per ora non l'ho ancora fatto.
11) Qual è il tuo rapporto con le biblioteche?
Da piccola ci andavo spesso, ma da quando poi ho sentito che mi dispiaceva riconsegnare i libri ho smesso e ho iniziato a frequentare di più le librerie. Il mio portafogli se ne è accorto, ma anche la bellezza dei miei scaffali!

Grazie a tutti e buon compleanno blog!

16 giugno 2016

Otello, William Shakespeare

Terza tappa della maratona shakespeariana ideata da Maria di Scratchbook. Viaggio con un ritardo di un paio di mesi, ma l'importante è che sono ancora in pista, cosa che spero di poter dire ancora e ancora, nonostante la mia allergia ormai risaputa ai gruppi di lettura.

Otello, opera che avrei dovuto leggere a marzo anziché a maggio, mi ha davvero conquistata, più di Amleto sicuramente, ma forse anche più di Macbeth. Del protagonista conoscevo la sua famosa gelosia, ma la vicenda, quella no. Questa #maratonaShakespeariana mi piace soprattutto per questo: perché mi sta facendo scoprire storie di cui ho sempre sentito parlare, ma che avevo ogni volta affrontato con superficialità.
Dell'opera di Otello mi ha colpito l'assenza di elementi soprannaturali: gli eventi non sono pilotati da streghe o fantasmi, ma soltanto dalla geniale malvagità di Iago, che è l'unico davvero cattivo di tutta la vicenda. È buono e credulone Otello, virtuosa e dolce Desdemona, leale perfino Emilia, la moglie di Iago. Basta soltanto lui a far scatenare tutti i drammatici eventi.
Il primo atto si apre a Venezia, dove il ruolo di luogotenente al quale aspirava Iago è stato appena assegnato da Otello a Cassio. Il primo è su tutte le furie, ma non lo dà a vedere: la sua invidia cova dentro, mentre la sua mente cerca un modo per ottenere ciò che vuole.
Gli eventi lo assistono, infatti proprio lui scopre del matrimonio segreto tra Otello, detto il Moro per il colore scuro della sua pelle, e Desdemona, figlia del senatore Brabanzio. È da lui che si dirige immediatamente, insieme allo stolto Roderigo, innamorato di Desdemona e non ricambiato. 
Non appena Brabanzio viene messo a conoscenza dell'accaduto va su tutte le furie, inveisce contro Otello e ne dichiara l'arresto, convinto che abbia stregato con chissà quali incantesimi sua figlia, che altrimenti mai e poi mai sarebbe fuggita con lui.
Quando si ritrovano tutti quanti davanti al Doge le questioni militari vengono messe subito da parte a favore di questo matrimonio scandaloso appena celebrato in gran segreto, ma Desdemona scioglie ogni dubbio dichiarando il suo amore per Otello e il fatto che lui non ha usato con lei nessuna stregoneria. 
Superata, apparentemente, la questione privata si torna agli affari di Stato: Otello dovrà lasciare Venezia per guidare la guerra contro gli ottomani diretti verso Cipro. Desdemona vuole andare con lui, mentre Iago ha già progettato il suo disegno diabolico: dovrà far credere a Otello che la giovane moglie lo tradisca con Cassio, così da avere il suo posto. 

Dal secondo atto in poi la scena si sposta a Cipro, dove la flotta turca non arriverà mai a causa di un naufragio. La guerra è finita prima di cominciare insomma: gli ottomani giacciono in fondo al mare.
Mentre tutti festeggiano la vittoria (chiamiamola così) e Otello e Desdemona consumano le nozze, Iago dà il via al suo piano spingendo Cassio prima a parlar bene della giovane sposa del capo e poi a bere fino all'ubriacatura, che sfrutta causando una lite di cui incolperà proprio Cassio. Sarà proprio per questa sua improvvisa mancanza di responsabilità (fasulla, ma questo il Moro non lo sa) che Otello non lo vorrà più come suo ufficiale.
Cassio è giustamente disperato e Iago gli sta "gentilmente" vicino, consigliandogli di parlare con Desdemona a cuore aperto per riavere il suo posto: si sa che ormai è lei il vero generale.

Nel terzo atto Cassio riesce a incontrare Desdemona, che si impegna per far sì che Otello gli riassegni la carica di luogotenente.
Iago nel frattempo inizia a mettere la pulce nell'orecchio di Otello, che non sa se credere all'onestà del suo alfiere o alla virtù della moglie. In effetti lei preme per far sì che Cassio torni al suo posto, che sia forse davvero per libidine come sostiene Iago? Tutto diventa chiaro nella mente di Otello quando Desdemona non riesce più a trovare il prezioso fazzoletto che lui le aveva donato all'inizio del loro amore, fazzoletto che ingegnosamente il perfido Iago farà ritrovare proprio nella stanza del presunto amante Cassio.
Mentre Desdemona continua a sostenere anche con Emilia, moglie di Iago inconsapevolmente coinvolta dal marito nel suo piano, che Otello non è un uomo geloso, lui si sente ardere dal desiderio di rispondere a un umiliato amore con una totale, assoluta, cieca vendetta.

Nel quarto atto i pochi dubbi del Moro sull'infedeltà della moglie si sciolgono durante un colloquio tra Iago e Cassio che lui origlia di nascosto. Iago spinge Cassio a parlare della sua prostituta Bianca, ma è così abile con la dialettica e i toni di voce da far credere a Otello che lui stia parlando proprio di Desdemona.
Il tradimento è palese: non resta che ucciderla.

Tutto si compie, come al solito, nel quinto atto. È la notte in cui si fa o si disfa del tutto la fortuna di Iago. Spinto proprio da lui Roderigo ha il compito di uccidere Cassio, ma non ci riesce e lo ferisce soltanto. Di nascosto, protetto dal buio, Iago colpisce alle spalle Roderigo, che resta a terra con Cassio. Dopo poco Iago torna sulla scena del crimine, chiede a Cassio chi è stato a colpirlo, lui gli indica Roderigo e Iago, per questo, lo pugnala a morte. Nessuno lo vede.
Nel frattempo Otello va a letto per uccidere Desdemona, lo fa, sostiene, quasi per salvare la sua virtù, per non farle ingannare altri uomini, per liberarle l'anima. Lei dorme e lui le parla a lungo, la bacia, le dichiara il suo amore. Quando si sveglia le chiede ancora di confessargli il tradimento, ma lei nega per l'ultima volta. La soffoca comunque.
Emilia arriva trafelata nella stanza del Moro per annunciargli che Cassio ha ucciso Roderigo. A Emilia Otello confessa quello che ha fatto, perché Iago gli ha aperto gli occhi sul tradimento di lei. Emilia non può credere a quello che sente: lei sa tutta la verità e la racconta a bruciapelo a Otello, ormai assassino, dicendogli che suo marito è solo un calunniatore di cui non avrebbe dovuto fidarsi. Iago la uccide sul posto, tentando una vana fuga.
Il potere viene affidato a Cassio, Iago viene condannato alla tortura e Otello finisce in carcere, dove si pugnala.
Shakespeare, insomma, ha scritto una tragedia sui pettegolezzi. Non solo: anche sulla stupidità di Otello, che non crede alla moglie, ma a un presunto amico. Basta una chiacchiera un po' "lavorata" per fargli uccidere la donna amata. Cieca gelosia.
Otello è dunque una tragedia molto attuale. Siamo abituati a telegiornali pieni di notizie di uomini assassini e donne vittime di gelosia e possessività. No, la gelosia non è amore se non permette più di vivere. Anche Otello dichiara il suo amore a Desdemona, ma la soffoca comunque due secondi dopo, ingiustamente per giunta.

Interessante infine la simbologia capovolta del bianco e nero: bianco è Iago, la cattiveria, l'invidia, la brama di potere; nero Otello, che per tutta la vita era stato un uomo buono, prima di venire accecato dalla gelosia. 

9 giugno 2016

Adesso, frasi [Chiara Gaberale]

È che ci sono sette miliardi di persone, al mondo.
Ma fondamentalmente si dividono in due categorie.
Ci sono quelle che amiamo.
E poi ci sono tutte le altre.

Non riesco a immaginare il tuo dolore: non posso. Però so che, a separarsi da qualcuno che abbiamo amato tanto, ci si sente separati anche noi, dentro.

Funziona così.
Che arriviamo a un punto.
Prima di quel punto, ne abbiamo la certezza assoluta: è già successo tutto.
O almeno tutto quello per cui poteva avere un’ombra di senso ’sta vita.
Sognavamo di fare un lavoro: non ci siamo riusciti.
Sognavamo di fare un lavoro e ci siamo riusciti: fa lo stesso.
Perché quello che conta è che l’avevamo incontrata.
Forse non l’avevamo riconosciuta subito: fa lo stesso.
Comunque l’avevamo incontrata.
L’Occasione.

Tanto è già successo tutto, no?
È già successo.
Tutto.
Se non fosse che, intanto, qualcuno si diverte. È sempre lui, quel vecchio demente. Il tempo. Che fa l’unica cosa che sa fare: passa.
Così, un giorno, mentre pensavamo che fosse giusto, mentre non ci pensavamo, era solo naturale che non succedesse più niente, così, un giorno: ecco.
Un giorno sì.
Fra sette miliardi di persone che in ogni istante s’incontrano, si parlano, si baciano, si accarezzano un ginocchio, si mandano una mail, prendono un aperitivo, mentre una ne insegue un’altra e quella insegue se stessa: sì.
Tocca di nuovo a noi.
A me?
Proprio a te.
Perché a me?
Perché lo stavi aspettando.
No! Non è vero!
Da qualche parte evidentemente sì.
Se ti dico di no.
Fa lo stesso: tanto sta già succedendo.
Cosa? Cos’è che sta succedendo?
Che t’innamori.
Io?
Tu.
No no.
Sì sì.
Non sono pronto.
Nessuno lo è.
Non ci credo più.
Problemi tuoi.
Sarà un casino.
Sì.
Qualcuno si farà del male.
Probabilmente tutti.
O magari...
O magari no.
Comunque non ho tempo.
Lo troverai.
Non ne ho bisogno.
Invece sì.
Non ne ho voglia.
Ma se ogni notte ti addormentavi pregando il dio che non hai perché succedesse!
Vabbe’, ma era una specie di gioco fra me e me, era una bugia.
In verità?
In verità ho paura.
Tanto ormai è successo.
E quando?
Adesso.

Si sono lasciati da più di tre anni, ma nemmeno davanti al giudice, firmando la separazione, hanno smesso di chiamarsi così, come i protagonisti di quel cartone animato di Walt Disney: Lilo, la bambina delle Hawaii senza famiglia, e Stitch, il mostriciattolo azzurro programmato per distruggere. Con cui Lilo, però, fa famiglia. La differenza è che, nel film, Lilo alla fine supera il terrore di venire abbandonata e Stitch supera il suo istinto a rovinare tutto. Mentre Lidia e Lorenzo non ce l’hanno fatta.

È lì che viveva Lorenzo prima di conoscere Lidia; è lì che avevano cominciato, senza accorgersene, ad abitare insieme; è lì che un giorno, quando ormai si erano trasferiti a Roma da anni, erano tornati una mattina per sposarsi. E non perché fossero ormai certi di restare insieme per tutta la vita. Anzi. Proprio perché cominciavano a temere di perdersi.

"Ma tu ammetti che, in generale, quel programma è un trucco per elemosinare l’amore che credi di non ricevere e che invece non sei disposta a dare?"

"Hai sempre preferito essere libera piuttosto che felice."

È che si fa presto a dirlo: adesso.

Così, con il cuore spaccato – perché anche se è un mollusco, anche se è un rosso buffone, proprio perché è un rosso buffone, si spacca –, senza mai smettere di amare Lorenzo, Lidia si era imbarcata su quell’Arca Senza Noè bloccata da un’eterna tempesta nel mare che separa la Vita Immaginata dalla Vita Quella Vera.
Un’arca dove si era sorpresa di trovare altri animali della sua stessa razza: passeggeri in fuga da un sogno che li aveva traditi e alla ricerca di una promessa che non sapevano nemmeno loro quale fosse.
Persone che alla loro età avrebbero dovuto avere figli, persone senza figli, persone figli.

E a te, nel silenzio che sale assieme a certe notti, sembra di avere un rumore di mobili che si spostano al posto del battito del cuore.
Ti sembra di non essere in fuga, di non essere alla ricerca: di essere, semplicemente, alla deriva.
In mezzo al mare agitato dalla tempesta dei tuoi alibi e delle tue nostalgie che costeggia quella vita così vera, così spietata.

Ma le persone affascinanti sono pericolose. Sono bugiarde, sono fragili, t’ammazzano, s’ammazzano, le persone affascinanti non esistono, sono riflessi che passano su uno specchio stregato che ti fa vedere quello che hai bisogno di vedere tu.

"Ma mi permetto di insistere, dottoressa: perché il dolore fisico è stato selezionato da un punto di vista darwiniano, secondo lei? Punto primo: perché è un meccanismo di difesa e la sensazione spiacevole che abbiamo provato ci insegnerà come comportarci per evitare in futuro la circostanza che l’ha provocata. Sbattiamo la testa contro uno spigolo? Da quel giorno staremo più attenti a quello spigolo. Punto secondo: il dolore facilita la guarigione. Se un animale si ferisce alla zampa, la zampa diventa iperalgesica, cioè più sensibile, ed è all’improvviso una zona che, fino a quando non guarisce, viene istintivo proteggere anche da uno stimolo che di solito in quell’area circoscritta non farebbe del male. Dunque?”

Vedere se sono capace, se ci sono portata o se questo bisogno d’amore che non m’abbandona mai – mai – altro non è che il nome più comodo da dare al buco che ho dentro. Una piccola malformazione congenita, un guasto, ormai un vizio. Un’illusione ottica per cui mi pare di chiedere tutto agli altri, mentre in realtà non chiedo mai niente, se chiedere è anche, inevitabilmente, dare. Tempo, spazio. Fiducia. Possibilità.

9 maggio 2016

Adesso, Chiara Gamberale

Se dovesse succedere quella cosa brutta lì, quella cosa di cui da mesi non parliamo anche se da mesi si respira un po' nell'aria; se dovesse succedere quella cosa brutta lì, che dovessi togliere dalle pareti le foto di un matrimonio di cui sono stata testimone e che credevo sarebbe durato per sempre, come quelli di una volta; se dovessi ritrovarmi inaspettatamente orfana di un mezzo fratellone, per sua libera scelta; se dovessi avere una sorella alle prese con un nuovo inizio; se per caso lei avesse voglia di leggere: ecco, se tutti questi se dovessero realizzarsi (cosa che ancora mi auguro di no nonostante le sensazioni negative) io credo che le presterei quest'ultimo romanzo di Chiara Gamberale.

Perché c'è sempre un momento in cui cambia tutto e c'è sempre un prima, certo, ma anche un dopo che potrebbe essere altrettanto bello. O di più.

Adesso è un romanzo sulla seconda occasione. I protagonisti sono quarantenni in parte disadattati, alle prese con le loro separazioni, con i loro amori finiti, con i figli, con la loro poca voglia di prendersi delle responsabilità.
Adesso racconta di come sia complicato andare avanti dopo un passato ingombrante, passato che è giusto che ci sia a quarant'anni, altrimenti significherebbe aver solo vegetato senza aver mai vissuto veramente.
Lidia (una delle condomine che aveva adottato Mandorla ne Le luci nelle case degli altri) si è separata da poco dal marito Lorenzo, con cui continua ad avere un rapporto del tutto esclusivo, senza sapersi staccare dalla sua presenza rassicurante, seppure in passato l'abbia amata in modo del tutto superficiale e non appagante. Eppure lei ne è convinta: se esiste un grande amore in ogni vita, nella sua c'è già stato Lorenzo. Come lui nessuno mai.
Pietro si sta separando dalla moglie Betti, che ha deciso di farsi suora e che per questo si è chiusa in un convento pretendendo di portare con sé la figlia Marianna. Pietro non ci sta a lasciarla andare così e, proprio durante la sua lotta per ottenere l'affidamento di Colibrì (il nomignolo affettuoso con cui chiama la figlia), conosce Lidia.
Lei è una presentatrice televisiva, il cui programma, che lei definisce politico, Tutte le famiglie felici (titolo ispirato al famoso incipit di Anna Karenina), fa sì che venga adottata tutte le settimane da una famiglia diversa. Accade che una settimana lei venga adottata da Pietro e Marianna.
Lei è una chiacchierona sempre attiva, una donna libera dal cuore hippie; lui un serioso preside di un liceo classico, un uomo normale che tiene ermeticamente celato il suo passato difficile e quel dolore che non riesce a dire e che gli ha sempre impedito di lasciarsi andare fino in fondo.
È un attimo di voglia e vibrazioni positive che porta i due, senza tanti preamboli, a fare l'amore. Il loro rapporto sarebbe potuto diventare uno dei tanti, una botta e via dimenticabile facilmente in mezzo alle altre.
E invece.
Invece no.
Il momento è adesso.
Ricominciare. Dichiararsi. Ascoltarsi. Far uscire il proprio dolore. Darsi una possibilità, una seconda possibilità.
Forse il romanzo non mi sarebbe piaciuto tanto quanto mi è piaciuto se il mio contesto fosse stato più sereno e non così legato a un adesso che è un punto di svolta non richiesto, purtroppo.

Forse avrei trovato tutti i personaggi che compongono la cornice della storia di Lidia e Pietro troppo confusi e intrecciati tra loro, ne avrei trovata superficiale la descrizione e disordinati i loro incontri, troppo per star loro dietro e non perdersi, prima o poi. Ho una pagina di appunti a questo proposito: Andrè, Rosemary, Valentina, Max, Mina, Kate, Tommaso. Gli intrecci no, quelli sono davvero impossibili, e anche un po' inutili, da ricordare.

Forse avrei trovato tutto troppo smielato, troppo Notthing Hill per i miei gusti.

Forse avrei trovato eccessive anche le autocitazioni dell'autrice: Lidia che era una delle protagoniste de Le luci nelle case degli altri (che ancora devo leggere); il mettersi in gioco facendo cose mai fatte prima, concetto alla base di Per dieci minuti; e poi l'amore che quando c'era era senza dubbio meglio dell'amore che c'è.

Forse.
La realtà è che il mio cuore è innamorato da poco ed è pieno di paure, anch'io quell'Arca senza Noè certe volte faccio ancora fatica a lasciarla, anche se poi sono felice tra le braccia di un uomo che mi ama.
Come Lidia ho un cuore libero e hippie, darmi a un uomo completamente mi risulta ancora complicato, a tratti. Vita Immaginata e Vita Vera si stanno confondendo, il passaggio adesso non mi risulta del tutto indolore.
La realtà è che l'amore, un po', mi fa paura.
E mi fa paura, molta, anche quando può essere che non ci sia più.

La realtà è che questo romanzo mi ha emozionata, perché si è incastrato alla perfezione con la mia vita in balìa di uno tsunami sentimentale. Proprio adesso.

[Ho scritto questi scarabocchi giorni fa, oggi la situazione mi sembra un po' più rosea di quella di cui ho parlato tra le righe, ma mi piaceva lasciare il post così, con le impressioni che mi ha suscitato a caldo l'ultimo libro della Gamberale].

6 maggio 2016

Il mappalibri #10 [Storia del nuovo cognome]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Storia del nuovo cognome di Elena Ferrante.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

4 maggio 2016

Heidi, frasi [Johanna Spyri]

«Perché strilla così l'uccellaccio, Nonno?»
«Perché? Perché ride di quelli che stanno laggiù, stretti nei villaggi a litigare fra loro; e grida, così che tutti possano udirlo: 'Se ve ne andaste ciascuno per la sua strada su una montagna come faccio io, stareste meglio!'»

Heidi si infilò dietro le tende e raggiunse la finestra, ma questa era troppo alta e lei non poté aprirla. Arrivava ai vetri solo con la testa e quel che vide fuori ancor più la fece sentire in gabbia: solo muri e finestre, finestre e muri; né il cielo, né la terra. Corse all'altra finestra: lo stesso.
Come l'uccellino tenta tutte le sbarre fino a farsi male, così Heidi corse da una finestra all'altra pur avendo capito che non serviva e che fuori non c'erano l'erba verde, la terra o la neve, né gli alberi.

«Ora raccontami, come va col maestro? Hai imparato qualcosa?»
«No», rispose Heidi con un sospiro «ma io lo sapevo già da prima, che imparare è impossibile».
«Che cosa è impossibile imparare?»
«A leggere. È troppo difficile.»
«Difficile?! Ma chi te l'ha detto?»
«Peter me l'ha detto, che va a scuola da tanto. Lui ci riprova sempre, ma non gli riesce: è troppo difficile!»
«A me questo Peter sembra strano! Ma tu non devi pensare solo a quello che ti ha detto Peter; devi provare da sola! Io credo che non hai ben osservato le lettere per impararle. E sono anche sicura che puoi imparare a leggere, come imparano i bambini fatti come te. È che tu forse oggi non sai ancora quello che ti capiterà quando avrai imparato a leggere. L'hai visto sul libro il pastore al pascolo e le sue bestie? E tu lo sai che quando saprai farlo, potrai leggere tutta la storia del pastore e sarà come se qualcuno te la raccontasse? Potrai leggere da te tutto il racconto di quello che fa il pastore con le pecore e le capre, e tutte le cose strane che gli succedono».

Anche la nonna venne con loro e si fermò ad ammirare quegli alberi antichi: le alte cime sussurranti nell'azzurro, i tronchi dritti e robusti come colonne. Coi rami possenti essi narravano dei molti e molti anni che da lassù avevano guardato nella valle dove gli uomini erano venuti e andati e tutto si era trasformato mentre essi non cambiavano.

2 maggio 2016

Heidi, Johanna Spyri

Quando d'estate si ritornava a casa dall'Appennino, dove si era andati per un picnic, ero solita salutare le montagne gridando Ciao Heidiiii!!! Ciao capretteeeee! Ciao Peteeer! Io e mia cugina ci sgolavamo, convinte che da qualche parte, proprio lassù, ci fosse quella bimba paffutella e sempre scalza che ci teneva compagnia durante i nostri pomeriggi di supermerende e di supergiochi. 
Heidi era uno dei miei cartoni preferiti, per questo, quando ho visto il libro da cui era stato tratto appoggiato sullo scaffale dell Coop, non ho saputo resistere alla tentazione e l'ho portato a casa con me (insieme ad Anna coi capelli rossi, a essere sincera).
Il romanzo di Heidi è stato scritto alla fine dell'Ottocento: come il cartone è un inno alla natura, al suo rispetto, alla gioia di vivere di cose semplici e genuine, al volersi bene. 

L'autrice denuncia anche il lavoro minorile e l'analfabetismo, grazie alla simpatica figura del golosissimo Peter, che imparerà a leggere solo dopo molti anni, in seguito all'intervento di Heidi. I bambini della montagna pensano che la scuola sia del tutto inutile: a che serve loro studiare se tanto hanno da parare le capre? Serve forse saper leggere per andare al pascolo?

Nel romanzo è presente inoltre una fortissima morale cattolica, su cui spesso l'autrice calca la mano: tutto sembra dipendere dalle preghiere e dall'indiscussa bontà di dio, che se a volte ci fa soffrire è per un suo piano a noi oscuro che però, prima o poi, ci condurrà alla felicità. 
Questa centralità della religione e della fede è sicuramente la differenza più evidente col cartone che tutti noi, credo, abbiamo in mente. 
La storia ha inizio quando Heidi ha cinque anni e la zia Dete, stufa di dover rinunciare alla sua vita per accudire la nipote rimasta orfana, la conduce alla baita del Nonno, a Mayenfeld, un paese sperduto sulle Alpi svizzere. 
Il Nonno è un uomo burbero, un eremita che vive in solitudine, lontano da dio e dagli uomini, da cui è guardato con timore e disprezzo.
Un tempo aveva un bel podere, ma lo aveva perso giocando a carte; dopo la sconfitta era scomparso, forse si era arruolato militare arrivando fino a Napoli, dove si diceva che avesse ucciso un uomo in una rissa. Quando era ritornato alle Alpi aveva con sé un bambino, Tobia, che da grande aveva sposato la sorella di Dete, era diventato padre della piccola Adelaide detta Heidi, per poi morire, solo pochi mesi dopo, schiacciato da una trave mentre lavorava. Prestissimo Heidi si era ritrovata sia senza padre che senza madre, morta di dolore poco dopo il marito, per questo era cresciuta con la zia e la nonna materna.
Tutto questo fino a quando, appunto, ha inizio la storia che tutti conosciamo e lei inizia a vivere alla baita, sotto i tre grandi abeti, con le capre Cigna e Orsetta, che le danno il latte più buono del mondo, col suo letto di fieno da cui può vedere addirittura le stelle.
La vita del Vecchio dell'Alpe viene stravolta, lentamente il suo cuore di pietra si sgretola di fronte a tanta genuina meraviglia, di fronte all'entusiasmo di quella nipotina ritrovata che adora andare al pascolo con Peter, saltare con le capre, vedere i prati colorarsi di fiori bellissimi. 
Passano due anni e Dete, all'improvviso, torna a riprendersi Heidi per condurla a Francoforte, dove Clara Sesemann, sulla sedia a rotelle, ha bisogno di una compagna di studio e di giochi che la faccia stare meglio. Heidi parte solo dopo che la zia le ha promesso che, se non le piacerà la nuova vita, potrà tornare immediatamente dal Nonno. 
Purtroppo è una bugia. Heidi se ne rende subito conto, ma è intrappolata in quella città da cui non si vedono le stelle e nemmeno le sue montagne. Certo Clara è buona e simpatica, ma questo non le basta per essere felice. La Nonna di Clara si accorge della sua malinconia e la sprona a chiedere aiuto a dio, che dopo un po' di tempo interviene inviando alla piccola il Signor Sesemann e il Dottor Classen che decidono, per la sua salute, di rimandarla alla baita.
Heidi ritorna dal Nonno e lo trova ancora più cupo dell'altra volta, ma ora ha una lezione da impartirgli: gli racconta di dio, di come sia tornata a casa grazie alle preghiere e al suo intervento provvidenziale. Le parole di Heidi fanno tornare in superficie la fede perduta del Nonno, che piangendo fa pace con dio e di conseguenza anche con le persone. 
Tutto è bene quel che finisce bene, le Alpi e il buon cuore ritrovato del Vecchio riescono a guarire anche Clara.
L'amore vince.

Il cartone comunque è molto, molto, molto più bello del libro!

Ciao Heidiiii!!! Ciao capretteeeee! Ciao Peteeer!

29 aprile 2016

Il mappalibri #9 [L'amica geniale]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di L'amica geniale di Elena Ferrante.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

27 aprile 2016

Amleto, frasi [William Shakespeare]


AMLETO Potessi non pensarci. Fragilità, il tuo nome è donna. Un piccolo mese; prima che fossero consumate le scarpe con cui, una Niobe di lagrime, aveva seguito il feretro, eccola, lei, la stessa - Dio, l'animale che manca di ragione avrebbe aspettato di più - eccola sposa a mio zio, fratello di mio padre, ma non più simile a lui che io a Ercole. Meno di un mese, prima che il sale delle lacrime ipocrite avesse finito di arrossarle gli occhi, rimaritata. Fretta abominevole, scivolare con tanta leggerezza sotto lenzuola incestuose. 

POLONIO Ecco la mia benedizione. E cerca di stampare nella memoria questi pochi precetti. Non dare lingua ai tuoi pensieri, né attuazione a pensieri non misurati. Sii famigliare senza essere volgare. Gli amici provati, agganciali all'anima tua con rampini d'acciaio, ma non intorpidirti la mano accogliendo ogni nuovo, implume, camerata. Evita le liti, ma se ci caschi, fa che il tuo avversario debba ricordarsi di te. Da' orecchio a tutti, voce a pochi; ascolta i pareri degli altri, poi giudica da te. Il tuo abito sia costoso quanto la borsa te lo può comprare, ma non stravagante; ricco, non ostentato; spesso l'abbigliamento rivela l'uomo, e in Francia le persone di società, di gusti eletti, vi badano molto. Non fare debiti, e non prestare, perché con il prestito spesso si perde il denaro e l'amico, e con l'indebitarsi, è il taglio dell'economia che si smussa. E soprattutto questo: sii fedele a te stesso; ne seguirà, come la notte al giorno, che non potrai essere falso con gli altri. 

SPETTRO Amleto, ascolta. Si è detto che un serpente mi ha morso mentre dormivo in giardino. Così la Danimarca è perfidamente ingannata da una versione artefatta della mia morte; ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre, oggi ne porta la corona.

SPETTRO La virtù sta salda anche se il vizio la corteggia sotto apparenza divina; ma la lussuria, anche unita a un angelo radioso, può stendersi su un letto celeste e pascersi di letame.

POLONIO La tua esca di menzogne pesca un carpione di verità.

REGINA Più sostanza e meno arte.
POLONIO Signora, cerco di non usare arte, vi giuro. Che egli sia pazzo, è vero; che sia vero, è un peccato; ed è un peccato che sia vero.

POLONIO Dubita che le stelle siano fuoco,
dubita che il sole si muova,
dubita che  la verità sia bugiarda,
ma non dubitare del mio amore.
Ofelia diletta, non so rimare; mi manca l'arte di scandire i miei sospiri; ma che ti amo, carissima, credilo. Sempre più tuo, fanciulla adorata, finché questa macchina è sua,
Amleto.

AMLETO Un sogno non è che ombra.

AMLETO La recita è la trappola in cui farò cadere la coscienza del re.

AMLETO Essere, non essere, qui sta il problema: è più degno patire gli strali, i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro un mare di affanni, e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, a ogni infermità naturale alla carne: grazia da chiedere devotamente. Morire, dormire. Dormire? Sognare forse. Ecco il punto: perché nel sonno di morte quali sogni intervengano a noi sciolti da questo viluppo, e pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che tiene in vita a così tarda età gli infelici, perché chi vorrebbe subire la sferza e gli sputi del tempo, i torti dell'oppressore, contumelie dall'uomo arrogante, pene per l'amore sprezzato, remore in luogo di legge, gli uffici e la loro insolenza, e gli oltraggi che il merito paziente ha inflitti dalla iniquità, quando egli stesso, nient'altro che con un pugnale, potrebbe far sua la pace? Chi vorrebbe portare some, gemere, smaniare sotto una vita opprimente, se lo sgomento di qualcosa dopo la morte, l'inesplorato dei continenti dalla cui frontiera non c'è viaggiatore che torni, non intrigasse la volontà, facendo preferire il peso dei mali presenti al volo verso altri di cui non si sa? È la coscienza che ci fa vili, noi quanti siamo. Così la tinta nativa della risoluzione si stempera sulla fiacca paletta del pensiero, imprese di grande flusso e momento insabbiano il loro corso e perdono il nome di azione.

RE Amore! Le sue passioni non vanno per questo corso, e ha detto parole incoerenti, ma non da pazzo. C'è qualcosa in quell'anima, su cui sta la malinconia: pericolosa la covata che se ne schiuderà.

AMLETO Mio Dio, signora, un buffone, tutto vostro. Che dovremmo fare, se non darci buon tempo? Guardate come è allegra mia madre, e mio padre è morto che non son due ore.

RE E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri i pensieri, gli esiti mai.

SPETTRO La passione è più forte nelle nature più deboli.

AMLETO Un uomo può pescare con il verme che ha mangiato un re, e mangiare il pesce che ha inghiottito quel verme.
RE Che vuol dire?
AMLETO Niente; vi spiego come un re possa trovarsi in viaggio ufficiale nelle budella di un mendicante.

RE Non che io ne dubiti; ma il tempo, che dà principio all'amore, ne modifica il fuoco e la scintilla; io lo so per prova. Dentro la fiamma stessa dell'amore c'è uno stoppaccio che la consuma. Niente che sia ottimo può mantenersi eternamente tale; anzi, ogni buona qualità, facendosi pletorica, muore del suo proprio eccesso. Ciò che vorremmo fare, dovremmo farlo quando vorremmo, perché quel «vorremmo» cambia, passando crisi e indugi quante sono lingue, mani, evenienze; dunque il «dovremmo» è come il sospiro del prodigo, che duole ma dà sollievo.

II BECCHINO La verità vuoi saperla da me? Se non fosse un cadavere gentildonna, niente sepoltura cristiana.
I BECCHINO L'hai detto. È una grande ingiustizia, che a questo mondo la gente ripulita abbia più diritto di annegarsi o di impiccarsi che noi, comuni cristiani.

AMLETO Basta. Orazio, io muoio, tu vivi, racconta la verità su me, sulla mia causa, ai dubbiosi.

25 aprile 2016

Uomini e no, Elio Vittorini

Enne 2 è il capitano dei GAP di Milano, si muove in città assaporando il mite dell'inverno del 1944, il più mite dal 1908, gli dicono i più anziani. Per lui il 1908 è solo l'anno di nascita del suo amore: Berta, che non vive più a Milano da quando le hanno distrutto la casa. Vive fuori città, con suo marito, un misterioso uomo che ha sposato dieci anni fa, poco prima di conoscere Enne 2.
Il loro è un amore tutt'altro che semplice, lei è confusa, vorrebbe che lui la cercasse, ma non è mai pronta ad amarlo seriamente, restando con lui, a prescindere dall'altro uomo al quale si è unita. 
La guerra civile è nel pieno della sua violenza, Enne 2 è impegnato con le azioni contro i tedeschi, ma non smette neanche per un istante di pensare a lei, al suo ritorno, che stavolta, ne è certo, sarà definito. A casa sua ha da dieci anni il vestito di lei appeso dietro la porta, in attesa che Berta torni e che torni non per un paio d'ore, ma per sempre. 
Guerra e amore, la vita di tutti gira loro intorno.
Sono tempi duri, c'è solo da resistere. Resistere o perdersi. Resistere e perdersi. Enne 2 finisce col compiere la seconda scelta, Berta non tornerà, in cuor suo lo sa e sa anche che non c'è niente di eroico in quello che fa. Forse è stanco di resistere, forse è stanco di non avere più nemmeno un nome vero, forse vuole solo perdersi, finalmente: chiudere gli occhi e tornare indietro all'infanzia, un'infanzia da vivere insieme a lei, almeno nei sogni.
La sua scelta di non scappare dalla propria abitazione è la scelta consapevole di andare incontro a morte certa, ma non gliene importa. È pronto a morire da vile, non da eroe, ma un operaio che tenta di salvarlo gli lancia l'idea per una fine più gloriosa: farsi uccidere per uccidere Cane Nero. Ma Enne 2 sa che è solo un maldestro tentativo di coprire la verità: è solo stanco, di tutto.

Uomini e no è considerato il primo romanzo della Resistenza italiana, una Resistenza che si combatte non sui monti ma a Milano, una Resistenza che manca quasi di motivazioni, nei protagonisti. Sono tutti uomini semplici, quelli che attentano alla vita dei nazisti, uomini che non hanno studiato, che sanno da che parte devono stare, ma che pare certe volte non sappiano il perché. Le ragioni ideologiche scarseggiano.

In questo romanzo mi sono trovata davanti una Resistenza diversa dal solito, davanti a uomini che di sicuro dobbiamo ringraziare, anche se forse sono morti privi di vere convinzioni. Mi sono mancate le parole delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Lì si andava incontro alla morte con orgoglio, con la consapevolezza di fare una cosa giusta, una cosa per cui ne valesse la pena, di morire. In Uomini e no tutto questo manca: i protagonisti sono più stanchi che eroi. Credo che il concetto sia già espresso nel titolo: Uomini e no non credo che stia a significare che c'è chi da una parte è uomo e chi, dall'altra, non lo è; credo che stia invece a indicare che tutti, militi o patrioti, hanno in sé una parte che è umana e un'altra che invece non lo è.
Può essere che a un milite, di fronte alla scena di un uomo fatto sbranare dai cani, passi la voglia di fare il "lavoro" che fa, anche se poi perderebbe tremila al mese e allora forse conviene far finta di niente e non lasciarsi troppo coinvolgere.
Può essere che un partigiano non riesca a sparare a un tedesco, perché nei suoi occhi tristi rivede i propri, le stesse mani di operaio, la sua stessa grigia umanità.
Il romanzo si conclude con un'affermazione dell'operaio arruolato da Enne 2 prima di morire, lui non ha saputo uccidere quel tedesco a sangue freddo, dopo averne incrociato lo sguardo. «Imparerò meglio», dice. Anche lui, nel giro di poco tempo, senz'altro diventerà un uomo e no.

Buon 25 aprile! Viva l'Italia e chi ha lottato per la nostra libertà.

22 aprile 2016

Il mappalibri #8 [Dizionario delle cose perdute]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

18 aprile 2016

Amleto, William Shakespeare

Una settimana di influenza ad aprile ed ecco che mi sono ricordata di avere un blog, un blog che stupidamente vorrei ancora gestire come un paio di anni fa, intensamente, con un ordine e un progetto, ma la verità è che la mia vita è cambiata, sono cambiata io, insieme a me i miei impegni e qualcosa, inevitabilmente, mi sfugge. 

Intanto vorrei semplicemente riuscire a leggere di più di quello che ho fatto negli ultimi mesi: mi vergogno di essere ferma col blog da quando sono ferma con la lettura: sono ferma ad Amleto, che è stato il dramma del mese di febbraio della #maratonaShakespeariana. Ricordate?
Amleto è il principe di Danimarca, al trono siede lo zio Claudio, che, dopo la morte del fratello, gli ha subito "rubato" oltre al potere anche la moglie Gertrude, madre di Amleto.

Il primo atto si apre con l'apparizione dello spettro del defunto re Amleto alle guardie, che subito avvisano il figlio. È direttamente a lui che lo spettro rivela la verità sulla sua morte, di essere cioè stato ucciso dal fratello Claudio per fame di potere e lussuria. Ad Amleto lo spettro chiede vendetta.

La rivelazione del padre defunto sciocca completamente Amleto, che di punto in bianco impazzisce. È il secondo atto e tutto cambia, in lui. Non è più quel semplice giovanotto innamorato della bella Ofelia, figlia di Polonio e sorella di Laerte: ora è un uomo che deve vendicare il padre. Il suo comportamento sopra le righe ai più appare determinato proprio dall'amore non corrisposto per Ofelia, Polonio stesso ne è convinto, che si tratti solo di una follia d'amore. Non è così e la sua pazzia è molto più lucida e razionale di quello che sembra agli altri. Lui è sì, profondamente scosso dalla menzogna in cui si trova immerso, dalle maschere che lo circondano, ma è determinato a guardare oltre e a far confessare lo zio. 
L'occasione gli cade addosso quando a corte arriva una compagnia di attori: Amleto pensa di far mettere loro in scena l'uccisione di suo padre. In questo modo, durante la recita, l'espressione sul volto di Claudio gli rivelerà la verità.

Nel terzo atto, spiando con Polonio un incontro tra Ofelia e Amleto provocato proprio per capire l'origine dell'improvvisa pazzia del principe, Claudio inizia a temere che ci sia qualcosa di pericoloso per lui nascosto in quell'anima scossa, perché le parole di Amleto sono sì incoerenti, ma non da pazzo. Fa molto bene a preoccuparsi. 
Questo è il momento cruciale, perché accadono fatti che determineranno tutto il seguito: Amleto che rifiuta Ofelia, la recita a corte degli attori (teatro nel teatro) che mostra chiaramente la veridicità della rivelazione iniziale dello spettro, infine l'uccisione di Polonio da parte di Amleto, per sbaglio.

Nel quarto atto a impazzire è Ofelia, forse per amore o forse per la morte del padre, perde completamente il senno della ragione fino a suicidarsi gettandosi in un fiume. Mentre Amleto, sempre più amareggiato dalla finzione in cui vive, viene mandato in Inghilterra, dove non arriverà mai, torna in patria Laerte, di nascosto, che pretende giustizia non solo per l'uccisione del padre, ma anche per averlo sepolto chissà dove, clandestinamente. Il re Claudio si dichiara innocente e subito sfrutta la situazione per allearsi col figlio di Polonio contro Amleto.

Nel quinto atto si compie la tragedia. Amleto è tornato in Danimarca grazie a un incontro con l'esercito di Fortebraccio, principe di Norvegia, per lui è pronta la trappola mortale del re e di Laerte, trappola che però fa restare vittima innanzitutto lo stesso Laerte, anche Gertrude per sbaglio si avvelena. Amleto, ormai mortalmente ferito, riesce a compiere la sua vendetta, colpendo il re. A Orazio, suo amico e confidente, chiede di narrare la sua storia.
Fortebraccio sarà il nuovo re di Danimarca.
Sebbene conoscessi già, per ricordi liceali, l'Amleto, devo dire che non mi ha conquistata al pari di Macbeth. Penso che sia stata una lettura molto, molto, molto più complicata, di cui di sicuro avrò perso migliaia di dettagli e significati nascosti. 

Di Amleto mi ha colpito questo suo essere figlio maschio orfano di padre, con una madre che, subito, si è messa nel letto di un altro uomo, che subito si è lasciata di nuovo andare all'amore e alla passione, mentre lui, Amleto, si sente solo e spaesato senza la guida dell'uomo che l'ha messo al mondo. Amleto non cerca un sostituto, lui non vuole un altro uomo nel suo cuore. Lui vuole il padre, il suo rispetto, il suo onore. È una vendetta carica di amore e gelosia, secondo me.
Mi ha colpito molto la scena al cimitero in cui Amleto prende in mano il teschio di Yorick e a lui, al suo ricordo, si rivolge. Penso che siamo tutti un po' Amleto, in un certo senso. Tutti circondati da apparenze finte, senza alcuna realtà. Siamo tutti possessori di una vita che finirà, diventeremo tutti come Yorick, con dei buchi vuoti al posto degli occhi, senza più sorrisi, senza più espressioni. Diventeremo tutti polvere. 
Oggi siamo, domani non più. 
Essere o non essere.

2 marzo 2016

L'animale morente, frasi [Philip Roth]

La cultura era una cosa dalla quale voleva essere abbagliata, non un mezzo di sostentamento.

«Qualunque tipo di arte mi riempie di meraviglia». Ancora quella parola, «meraviglia», che usava sinceramente e con larghezza. 

Tutte queste chiacchiere! Le mostro Kafgka, Velasquez... Perché uno fa queste cose? Be', qualcosa devi fare. Questi sono i veli della danza. Non confonderla con la seduzione. Quella che mascheri è la cosa che ti ha spinto. la pura e semplice lussuria. I veli nascondono l'impulso, che è cieco.

Le donne, per gli uomini, sono davvero tanto incantevoli, una volta tolto il sesso? C'è qualcuno che trova incantevole un'altra persona di questo o di quel sesso se non nutre per lei un interesse di natura sessuale? Da chi, ancora, ti fai incantare così? Da nessuno.
Gli sto dicendo chi sono, pensa lei. Gli interessa sapere chi sono. Questo è vero, ma io sono curioso di sapere chi è perché la voglio scopare.

Cosa potrebbe esserci di più erotico, in questa situazione, dell'apparente assenza, in una donna eccitante, di ogni intento erotico?

Nel sesso, infatti, non c'è un punto di stasi assoluta. La parità sessuale non esiste e non può esistere, sicuramente non una parità dove siano pari le rispettive dotazioni, dove il quoziente maschile e il quoziente femminile siano in perfetto equilibrio. Non c'è modo di trattare metricamente questa cosa selvaggia e sfrenata. Non ci sono fifty-fifty come nelle transazioni d'affari.

Riesci a immaginarla, la vecchiaia? Naturalmente no. Io no. Non ci riuscivo. Non avevo idea di che cosa fosse. Non ne avevo neanche un'immagine falsata: non ne avevo alcuna immagine. E non c'è nessuno che abbia voglia di fare previsioni. Nessuno desidera affrontare queste cose prima che venga il momento. 

Bisogna fare una distinzione tra il morire e la morte. Non è tutto un morire ininterrotto. Se si è sani e ci si sente bene, è un morire invisibile. La fine, che è una certezza, non dev'essere per forza annunciata con spavalderia. No, tu non puoi capire. L'unica cosa che capisci dei vecchi, quando non lo sei, è che sono stati segnati dal loro tempo. Ma capire solo questo li mummifica nel loro tempo, ed equivale a non capire nulla. Per quelli che non sono ancora vecchi, essere vecchio significa essere stato. Ma essere vecchio significa anche - a dispetto, in aggiunta e oltre a «essere stato» - che sei ancora. Il tuo «essere stato» è molto vivo. Tu sei ancora, e uno è ossessionato tanto dall'«essere ancora» e dalla sua pienezza quanto dall'«essere stato», dal passato. Alla vecchiaia pensa così: il fatto che sia in gioco la propria vita è una semplice realtà quotidiana. Non possiamo fare a meno di sapere che cosa ci aspetta a breve scadenza. Il silenzio da cui saremo per sempre circondati. Per il resto, non è cambiato nulla. Per il resto, si è immortali per tutto il tempo che si è al mondo.

Gli uomini reagiscono alla gelosia dicendo: «Nessun altro l'avrà. L'avrò io: la sposerò. La catturerò così. Secondo le regole». Il matrimonio guarisce dalla gelosia. Ecco perché molti uomini lo cercano. Non essendo sicuri dell'altra persona, le fanno firmare il contratto: prometto di non... eccetera.

La traiettoria della mia educazione doveva farmi accettare con l'inganno una vocazione domestica per la quale non avevo alcuna tolleranza. Il padre di famiglia, coscienzioso, sposato e col bambino... E poi comincia la rivoluzione. Scoppia tutto, e intorno a me ci sono tutte queste ragazze, e che cosa dovevo fare, continuare così e consumare i miei adulteri e pensare, Ecco, questo è il modo in cui sei costretto a vivere?

Il culone e le cosce massicce mi parlavano di tutto ciò che di femminilmente ruspante c'era in lei. E i suoi movimenti sotto di me, la finezza della sua eccitazione, ispiravano un altro paragone pastorale: l'aratura di un campo dolcemente spazzato dal vento.

Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.


Consumami il cuore; malato di desideri
e avvinto a un animale morente
che non sa cos'è.
[Yeats]

Questo bisogno. Questa follia. Non avrà mai fine? Dopo un po', non so nemmeno io qual è la causa della mia disperazione. Le sue tette? La sua anima? La sua giovinezza? La sua semplicità? Forse è peggio di così: forse, ora che mi sto avvicinando alla morte, anch'io segretamente desidero non essere libero.

«Cos'è questa gente nuova, quando la conosci veramente? È la solita gente vecchia mascherata. Non ha proprio niente di nuovo. È gente».

La vita di coppia e la vita familiare tirano fuori quanto d’infantile c’è in tutti gli interessati. Perché di notte in notte devono dormire nello stesso letto ? Perché devono telefonarsi cinque volte al giorno ? Perché stanno sempre insieme ? Il rispetto forzato è sicuramente infantile. Questo rispetto innaturale. Recentemente ho letto, su una rivista, un articolo su una celebre coppia mediatica sposata da trentaquattro anni e sulla magnifica impresa che rappresenta l’aver imparato a sopportarsi. Fieramente il marito diceva al giornalista: «Io e mia moglie abbiamo un detto: puoi indovinare lo stato di salute di un matrimonio dal numero dei segni che i denti ti hanno lasciato sulla lingua.» Quando incontro persone come queste mi domando, Perché si puniscono, cosa vogliono espiare ? Trentaquattro anni. Il masochistico rigore necessario ti mette in soggezione.

Il tempo per i giovani è sempre fatto di ciò che è passato, ma per Consuela il tempo, adesso, è quanto le rimane del futuro, e secondo lei non sarà tanto.


La più bella favola infantile è che tutto si svolge ordinatamente. I nonni se ne vanno molto prima dei genitori, e i genitori se ne vanno molto prima di te. Se sei fortunato, la situazione può essere questa, con le persone che invecchiano e muoiono ordinatamente, per cui tu, al funerale, mitighi il tuo dolore pensando che quella persona ha avuto una lunga vita. Non rende l’estinzione meno mostruosa, questo pensiero, ma è il trucco al quale ricorriamo per mantenere intatta l’illusione metronomica e per resistere alla tortura del tempo.

29 febbraio 2016

L'animale morente, Philip Roth

È la notte di Capodanno che sancisce l'inizio del nuovo millennio: su una poltrona, davanti alla tv accesa, un vecchio professore tiene tra le braccia una giovane donna nuda, con solo un cappello in testa. 
Lui è David Kepesh, settantenne professore universitario, e lei Consuela Castillo, sua ex studentessa ed ex amante, oggi trentaduenne. In tv si rincorrono le immagini de L'Avana in festa, sulla poltrona i due si stringono, stranamente senza desiderio.
Consuela è cubana, anzi cubani erano i suoi genitori, fuggiti dal loro Paese in seguito alla presa di potere di Fidel Castro, nel '60.  Lei è nata otto anni dopo, nel '68, mentre l'aria rivoluzionaria sconvolgeva la vita del già maturo professor Kepesh, che sull'onda dello scardinamento di tutti i valori tradizionali ha lasciato la moglie e il figlio per dedicarsi a un'esistenza di completa libertà, svincolata da ogni legame affettivo duraturo, dominata dall'istinto, dalla lussuria, dal desiderio. Una vita all'insegna del piacere.
È lui stesso, David Kepesh, che ce lo racconta. Scrive queste pagine in un momento di bisogno: ha assoluta necessità di ricordare per sempre il corpo di Consuela che ha tanto amato.
La loro storia, che era durata un anno e mezzo, sembrava ormai un ricordo piuttosto lontano, quando proprio lei, otto anni dopo, si riaffaccia all'improvviso nella vita di lui.
Lui vecchio, lei giovane. Animali morenti, forse entrambi.
Il primo approccio a Philip Roth non mi ha conquistata eccessivamente, seppure alcune pagine, alcune riflessioni, siano molto molto belle.

È bello il modo in cui il professore venera il corpo cubano della sua giovane amante, è bello il modo in cui la tocca, anche solo con gli occhi all'inizio. È straziante la consapevolezza di aver dedicato la vita alla libertà per ritrovarsi schiavo di una femmina, a più di sessant'anni. Ora che è vecchio forse anche lui, Kepesh, sotto sotto desidera di non essere più libero, di non essere più solo, più che altro. Con Consuela il professore smette di cercare il piacere per il piacere, riscopre la gelosia, in fondo forse ha un sentimento più profondo del desiderio fine a se stesso.

Sono toccanti le riflessioni sulla vecchiaia o, più in generale, sul tempo che passa, sempre soggettivo, certe volte freddamente crudele e atroce. Sarebbe giusto un mondo in cui i nonni muoiono prima dei genitori e i genitori prima di noi e noi prima dei nostri figli e i nostri figli prima dei nostri nipoti. La naturalezza del tempo attenua il dolore, ma non sempre la vita procede su binari ordinati, a volte il caso rompe la cronologia e allora le fragilità ci avvolgono e noi, giovani o vecchi che siamo, ci scopriamo potenziali animali morenti. 
Cosa crede, la gente, che basti innamorarsi per sentirsi completi? La platonica unione delle anime? Io la penso diversamente. Io credo che tu sia completo prima di cominciare. E l'amore ti spezza. Tu sei intero, e poi ti apri in due.

26 febbraio 2016

Il mappalibri #7 [Non chiedere perché]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Non chiedere perché: la storia di un uomo che in due settimane, sotto le bombe di Sarajevo, diventa padre.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.


24 febbraio 2016

Ogni cosa è illuminata, frasi [Jonathan Safran Foer]

«Io monto sull'autobus un'ora per andare a lavorare tutto il giorno e fare cose che odio. Vuoi sapere perché? Per te, Alexi-basta-di-ammorbarmi. Un giorno farai per me cose che hai in odio. È questo che vuol dire essere una famiglia».

«Quanta moneta avrò per le mie affatiche?» ho interrogato, perché questo dilemma aveva su di me molta pesantezza. «Meno di quello che pensi di meritare» ha risposto lui. «e più di quello che meriti.»

D'un tratto, Yankel fu colto dalla paura di morire, più forte di quella provata quando i suoi genitori erano mancati per cause naturali, più forte di quella provata quando il suo unico fratello era rimasto ucciso nel mulino industriale, o quando erano morti i suoi figli; più forte, addirittura, di quando da bambino gli era venuto in mente per la prima volta che doveva provare a capire cosa poteva significare non essere vivi: non trovarsi al buio, o senza sensi - ma essere non-essenti, non essere.

Starà sognando? si chiedeva. E se sì, che cosa sogna un bambino? Deve sognare la vita prima della vita come io sogno quella dopo la morte.

Era un uomo che tutti ammiravano e apprezzavano, e nessuno conosceva. Come un libro di cui si può percepire il valore tenendolo in mano, di cui si può parlare senza averlo mai letto, un libro che si può raccomandare.

Lo so che mi hai chiesto di non cambiare gli sbagli perché hanno un suono buffo, e il buffo è l'unico modo veritiero di raccontare una storia triste, ma credo che io li cambierò.

E i ragazzi, allora? Non vuoi che ti trovino carina? 
Non voglio che un ragazzo mi trovi carina se non è il tipo di ragazzo che lo pensava anche prima che lo fossi.

Se avessimo aperto una pagina a caso del suo diario - che deve avere serbato e serbato in ogni momento, con la paura non che venisse perduto o scoperto o letto, ma di imbattersi un giorno nella cosa che finalmente valesse la pena di scrivere e ricordare e scoprire che non aveva qualcosa su cui scrivere - avremmo trovato una qualche enunciazione del seguente sentimento: non sono innamorata. E dunque si doveva accontentare dell'idea dell'amore - di amare il fatto di amare cose della cui esistenza non le importava affatto. L'amore in sé divenne oggetto del suo amore. Lei amava se stessa innamorata, amava amare l'amore come l'amore ama amare: ed era in grado, quindi, di riconciliarsi con un mondo tanto diverso da quello che avrebbe auspicato. Non era il mondo la grande menzogna salutare: lo era la sua volontà di renderlo bello e giusto, di vivere una vita già-avulsa in un mondo già-avulso da quello dove tutù gli altri sembravano esistere.

Il sogno di vivere per sempre con Brod. Faccio questo sogno tutte le notti. Anche quando l'indomani mattina non me lo ricordo. So che c'è stato, come l'avvallamento lasciato dalla testa dell'amante sul cuscino accanto dopo che se n'è andata. Non sogno di invecchiare insieme a lei, ma di non invecchiare, né lei né io. È vero, ho paura di morire. Ho paura che il mondo continui senza di me, che la mia assenza passi inosservata, o peggio ancora, di essere una qualche forza naturale che spinge avanti il mondo. È egoismo, questo? Sono forse un uomo malvagio perché sogno un mondo che termina con la mia fine? Non pretendo che il mondo abbia fine rispettandomi, ma che ogni coppia d'occhi vada a chiudersi con i miei. Talora il mio sogno di vivere per sempre con Brod è il sogno che moriamo assieme. So che non c'è vita dopo la morte. Non sono un imbecille. E so che Dio non esiste. Non è della sua compagnia che ho bisogno, ma di sapere che non le occorrerà la mia, o sapere che non potrà farne a meno. Penso a scene di lei senza di me e divento gelosissimo. Si sposerà, avrà figli e toccherà quello a cui io non potrei mai avvicinarmi - tutte cose che mi dovrebbero rendere felice. Non posso rivelarle questo sogno, è chiaro, ma lo vorrei tanto. Lei è l'unica cosa che ha importanza.

Questo è amore, pensava lei, sì o no? Quando noti l'assenza di qualcuno, e detesti quell'assenza più di ogni altra cosa. Ancora più di quanto ami la sua presenza.

Quando scriviamo abbiamo una seconda occasione.

Una persona cattiva è un uomo che non compiange le sue cattive azioni. E adesso per il peso di questo il Nonno sta morendo. Io ti supplico di perdonarci e di farci migliori di quello che siamo. Facci buoni.

Sapeva che ti amo vuol dire anche: ti amo più di chiunque altro ti ami o ti abbia mai amata, o ti amerà, e anche: io ti amo in un modo in cui nessuno ti ama, o ti ha mai amato, o ti amerà mai, e anche: ti amo in un modo in cui non amo nessun'altra e non ho mai amato nessun'altra e non amerò mai nessun'altra. Sapeva che, per definizione dell'amore, è impossibile amare due persone.

«Tu li perdoneresti?» ho chiesto. «Sì» ha detto il Nonno. «Io ci proverei.» «Puoi dire questo solo perché non puoi immaginare cos'è» ha detto Augustine. «Invece posso.» «Non è una cosa che puoi immaginare. È, e basta. Dopo questo, l'immaginazione non può esistere più.»

«Questa è la lezione che abbiamo imparato da tutto quello che è successo, che Dio non esiste. Lui ha dovuto usare tutte quelle facce nascoste per dimostrarlo a noi.» «E se fosse stata una prova per la vostra fede?» ho detto io. «Non posso credere in un Dio che costringe la fede a delle prove così.» «E se non fosse stato in suo potere?» «Non posso credere in un Dio che non era capace di fermare quello che succedeva.» «E se a farlo non fosse stato Dio ma l'uomo?» «Non credo neanche nell'uomo.»

E SE DOBBIAMO BATTERCI PER UN FUTURO MIGLIORE, NON DOBBIAMO CONOSCERE IL NOSTRO PASSATO E RICONCILIARCI CON ESSO?

«Non sono un uomo cattivo. Sono un uomo buono vissuto in tempi cattivi.»

Non sei solo, disse Lista, appoggiandosi al petto la testa di lui.
Sì, invece.
Lista si accorse che lui stava piangendo, e lei no. Non sei solo, gli disse. È che ti senti solo.
Sentirsi soli è esserlo. Ecco cos'è.

Al suo dolore subentra un'utile tristezza. Ogni genitore che ha perso un figlio troverà il modo di tornare a ridere. Il timbro si sbiadisce. La lama si smussa. Il dolore si affievolisce. Ogni amore è scolpito nella perdita. Il mio lo è stato. Il tuo lo è. Lo sarà quello dei tuoi pro-pro-pronipoti. Ma noi impariamo a vivere in quell'amore.
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