3 febbraio 2016

Storia della bambina perduta, frasi [Elena Ferrante]

Ora che sono vicina al punto più doloroso della nostra storia, voglio cercare sulla pagina un equilibrio tra me e lei che nella vita non sono riuscita a trovare nemmeno tra me e me.

Ecco, mi dicevo, cede la coppia, cede la famiglia, cede ogni gabbia culturale, cede ogni possibile accomodamento socialdemocratico, e intanto ogni cosa prova a prendere violentemente un’altra forma finora impensata: me e Nino, la somma dei miei figli e dei suoi, l’egemonia della classe operaia, il socialismo e il comunismo, soprattutto il soggetto imprevisto, la donna, io.

«I depressi non scrivono libri. Li scrivono le persone contente, che viaggiano, sono innamorate, e parlano e parlano nella convinzione che le parole vadano sempre in un modo o nell'altro al posto giusto».
«Non è così?».
«No, le parole vanno raramente al posto giusto, e solo per un tempo brevissimo. Per il resto servono a parlare a vanvera, come adesso. O a fingere che sia tutto sotto controllo».
«Fingere? Tu che hai sempre tenuto tutto sotto controllo, fingevi?».
«Perché no? È fisiologico fingere un poco. Noi che volevamo fare la rivoluzione siamo stati quelli che anche in mezzo al caos si inventavano sempre un ordine e facevano finta di sapere esattamente come stavano andando le cose».

Ti ricordi quando mi sono sposata con Stefano e volevo far ricominciare il rione punto e daccapo, solo cose belle, il brutto di prima non ci doveva essere più? Quant'è durato? I buoni sentimenti sono fragili, con me l’amore non resiste. Non resiste l’amore per un uomo, non resiste nemmeno l’amore per i figli, presto si buca.

Una mattina mi disse in dialetto: da piccola lo sapevo che si moriva, l’ho sempre saputo, ma non ho pensato mai che sarebbe toccato a me, e neanche adesso riesco a crederci.

Questi tradimenti, mormorò, se uno non li viene a sapere al momento giusto non servono, quando sei innamorato perdoni tutto. Perché i tradimenti abbiano il loro peso effettivo deve prima maturare un poco di disamore.

Dissi: finirei di nuovo querelata, mi ritroverei inutilmente in un mare di guai e sarei costretta – cosa che non voglio fare, per amore delle mie figlie – a pensare che le leggi funzionano con chi le teme, non con chi le viola.

«Non è pazzia, Dede, è dolore».
«Non ha mai pianto una lacrima».
«Le lacrime non sono il dolore».
«Sì, ma senza le lacrime chi ti assicura che il dolore c’è?».
«C’è e spesso è un dolore ancora più grande».

«È difficile constatare ogni giorno che tu sei libera e lei è rimasta prigioniera. Se c’è un inferno si trova dentro la sua testa insoddisfatta, non vorrei entrarci nemmeno per qualche secondo».

Lei possedeva intelligenza e non la metteva a frutto, ma anzi la sperperava come una gran signora per la quale tutte le ricchezze del mondo sono solo un segno di volgarità. Questo era il dato di fatto che doveva aver ammaliato Nino: la gratuità dell’intelligenza di Lila. Essa si distingueva tra tante perché con naturalezza non si piegava a nessun addestramento, a nessun uso e a nessun fine. Tutti noi c’eravamo piegati e quel piegarci ci aveva – attraverso prove, fallimenti, successi – ridimensionati.

Solo nei romanzi brutti la gente pensa sempre la cosa giusta, dice sempre la cosa giusta, ogni effetto ha la sua causa, ci sono quelli simpatici e quelli antipatici, quelli buoni e quelli cattivi, tutto alla fine ti consola.

«Per scrivere bisogna desiderare che qualcosa ti sopravviva. Io invece non ho nemmeno la voglia di vivere, non ce l’ho mai avuta forte come ce l’hai tu. Se potessi cancellarmi adesso, proprio mentre ci parliamo, sarei più che contenta. Figuriamoci se mi metto a scrivere».

Per mettere su un qualsiasi progetto a cui legare il proprio nome bisognava volere bene a se stessi e lei me lo aveva detto, non si amava, non amava niente di sé.
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