25 aprile 2016

Uomini e no, Elio Vittorini

Enne 2 è il capitano dei GAP di Milano, si muove in città assaporando il mite dell'inverno del 1944, il più mite dal 1908, gli dicono i più anziani. Per lui il 1908 è solo l'anno di nascita del suo amore: Berta, che non vive più a Milano da quando le hanno distrutto la casa. Vive fuori città, con suo marito, un misterioso uomo che ha sposato dieci anni fa, poco prima di conoscere Enne 2.
Il loro è un amore tutt'altro che semplice, lei è confusa, vorrebbe che lui la cercasse, ma non è mai pronta ad amarlo seriamente, restando con lui, a prescindere dall'altro uomo al quale si è unita. 
La guerra civile è nel pieno della sua violenza, Enne 2 è impegnato con le azioni contro i tedeschi, ma non smette neanche per un istante di pensare a lei, al suo ritorno, che stavolta, ne è certo, sarà definito. A casa sua ha da dieci anni il vestito di lei appeso dietro la porta, in attesa che Berta torni e che torni non per un paio d'ore, ma per sempre. 
Guerra e amore, la vita di tutti gira loro intorno.
Sono tempi duri, c'è solo da resistere. Resistere o perdersi. Resistere e perdersi. Enne 2 finisce col compiere la seconda scelta, Berta non tornerà, in cuor suo lo sa e sa anche che non c'è niente di eroico in quello che fa. Forse è stanco di resistere, forse è stanco di non avere più nemmeno un nome vero, forse vuole solo perdersi, finalmente: chiudere gli occhi e tornare indietro all'infanzia, un'infanzia da vivere insieme a lei, almeno nei sogni.
La sua scelta di non scappare dalla propria abitazione è la scelta consapevole di andare incontro a morte certa, ma non gliene importa. È pronto a morire da vile, non da eroe, ma un operaio che tenta di salvarlo gli lancia l'idea per una fine più gloriosa: farsi uccidere per uccidere Cane Nero. Ma Enne 2 sa che è solo un maldestro tentativo di coprire la verità: è solo stanco, di tutto.

Uomini e no è considerato il primo romanzo della Resistenza italiana, una Resistenza che si combatte non sui monti ma a Milano, una Resistenza che manca quasi di motivazioni, nei protagonisti. Sono tutti uomini semplici, quelli che attentano alla vita dei nazisti, uomini che non hanno studiato, che sanno da che parte devono stare, ma che pare certe volte non sappiano il perché. Le ragioni ideologiche scarseggiano.

In questo romanzo mi sono trovata davanti una Resistenza diversa dal solito, davanti a uomini che di sicuro dobbiamo ringraziare, anche se forse sono morti privi di vere convinzioni. Mi sono mancate le parole delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Lì si andava incontro alla morte con orgoglio, con la consapevolezza di fare una cosa giusta, una cosa per cui ne valesse la pena, di morire. In Uomini e no tutto questo manca: i protagonisti sono più stanchi che eroi. Credo che il concetto sia già espresso nel titolo: Uomini e no non credo che stia a significare che c'è chi da una parte è uomo e chi, dall'altra, non lo è; credo che stia invece a indicare che tutti, militi o patrioti, hanno in sé una parte che è umana e un'altra che invece non lo è.
Può essere che a un milite, di fronte alla scena di un uomo fatto sbranare dai cani, passi la voglia di fare il "lavoro" che fa, anche se poi perderebbe tremila al mese e allora forse conviene far finta di niente e non lasciarsi troppo coinvolgere.
Può essere che un partigiano non riesca a sparare a un tedesco, perché nei suoi occhi tristi rivede i propri, le stesse mani di operaio, la sua stessa grigia umanità.
Il romanzo si conclude con un'affermazione dell'operaio arruolato da Enne 2 prima di morire, lui non ha saputo uccidere quel tedesco a sangue freddo, dopo averne incrociato lo sguardo. «Imparerò meglio», dice. Anche lui, nel giro di poco tempo, senz'altro diventerà un uomo e no.

Buon 25 aprile! Viva l'Italia e chi ha lottato per la nostra libertà.
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