9 giugno 2016

Adesso, frasi [Chiara Gaberale]

È che ci sono sette miliardi di persone, al mondo.
Ma fondamentalmente si dividono in due categorie.
Ci sono quelle che amiamo.
E poi ci sono tutte le altre.

Non riesco a immaginare il tuo dolore: non posso. Però so che, a separarsi da qualcuno che abbiamo amato tanto, ci si sente separati anche noi, dentro.

Funziona così.
Che arriviamo a un punto.
Prima di quel punto, ne abbiamo la certezza assoluta: è già successo tutto.
O almeno tutto quello per cui poteva avere un’ombra di senso ’sta vita.
Sognavamo di fare un lavoro: non ci siamo riusciti.
Sognavamo di fare un lavoro e ci siamo riusciti: fa lo stesso.
Perché quello che conta è che l’avevamo incontrata.
Forse non l’avevamo riconosciuta subito: fa lo stesso.
Comunque l’avevamo incontrata.
L’Occasione.

Tanto è già successo tutto, no?
È già successo.
Tutto.
Se non fosse che, intanto, qualcuno si diverte. È sempre lui, quel vecchio demente. Il tempo. Che fa l’unica cosa che sa fare: passa.
Così, un giorno, mentre pensavamo che fosse giusto, mentre non ci pensavamo, era solo naturale che non succedesse più niente, così, un giorno: ecco.
Un giorno sì.
Fra sette miliardi di persone che in ogni istante s’incontrano, si parlano, si baciano, si accarezzano un ginocchio, si mandano una mail, prendono un aperitivo, mentre una ne insegue un’altra e quella insegue se stessa: sì.
Tocca di nuovo a noi.
A me?
Proprio a te.
Perché a me?
Perché lo stavi aspettando.
No! Non è vero!
Da qualche parte evidentemente sì.
Se ti dico di no.
Fa lo stesso: tanto sta già succedendo.
Cosa? Cos’è che sta succedendo?
Che t’innamori.
Io?
Tu.
No no.
Sì sì.
Non sono pronto.
Nessuno lo è.
Non ci credo più.
Problemi tuoi.
Sarà un casino.
Sì.
Qualcuno si farà del male.
Probabilmente tutti.
O magari...
O magari no.
Comunque non ho tempo.
Lo troverai.
Non ne ho bisogno.
Invece sì.
Non ne ho voglia.
Ma se ogni notte ti addormentavi pregando il dio che non hai perché succedesse!
Vabbe’, ma era una specie di gioco fra me e me, era una bugia.
In verità?
In verità ho paura.
Tanto ormai è successo.
E quando?
Adesso.

Si sono lasciati da più di tre anni, ma nemmeno davanti al giudice, firmando la separazione, hanno smesso di chiamarsi così, come i protagonisti di quel cartone animato di Walt Disney: Lilo, la bambina delle Hawaii senza famiglia, e Stitch, il mostriciattolo azzurro programmato per distruggere. Con cui Lilo, però, fa famiglia. La differenza è che, nel film, Lilo alla fine supera il terrore di venire abbandonata e Stitch supera il suo istinto a rovinare tutto. Mentre Lidia e Lorenzo non ce l’hanno fatta.

È lì che viveva Lorenzo prima di conoscere Lidia; è lì che avevano cominciato, senza accorgersene, ad abitare insieme; è lì che un giorno, quando ormai si erano trasferiti a Roma da anni, erano tornati una mattina per sposarsi. E non perché fossero ormai certi di restare insieme per tutta la vita. Anzi. Proprio perché cominciavano a temere di perdersi.

"Ma tu ammetti che, in generale, quel programma è un trucco per elemosinare l’amore che credi di non ricevere e che invece non sei disposta a dare?"

"Hai sempre preferito essere libera piuttosto che felice."

È che si fa presto a dirlo: adesso.

Così, con il cuore spaccato – perché anche se è un mollusco, anche se è un rosso buffone, proprio perché è un rosso buffone, si spacca –, senza mai smettere di amare Lorenzo, Lidia si era imbarcata su quell’Arca Senza Noè bloccata da un’eterna tempesta nel mare che separa la Vita Immaginata dalla Vita Quella Vera.
Un’arca dove si era sorpresa di trovare altri animali della sua stessa razza: passeggeri in fuga da un sogno che li aveva traditi e alla ricerca di una promessa che non sapevano nemmeno loro quale fosse.
Persone che alla loro età avrebbero dovuto avere figli, persone senza figli, persone figli.

E a te, nel silenzio che sale assieme a certe notti, sembra di avere un rumore di mobili che si spostano al posto del battito del cuore.
Ti sembra di non essere in fuga, di non essere alla ricerca: di essere, semplicemente, alla deriva.
In mezzo al mare agitato dalla tempesta dei tuoi alibi e delle tue nostalgie che costeggia quella vita così vera, così spietata.

Ma le persone affascinanti sono pericolose. Sono bugiarde, sono fragili, t’ammazzano, s’ammazzano, le persone affascinanti non esistono, sono riflessi che passano su uno specchio stregato che ti fa vedere quello che hai bisogno di vedere tu.

"Ma mi permetto di insistere, dottoressa: perché il dolore fisico è stato selezionato da un punto di vista darwiniano, secondo lei? Punto primo: perché è un meccanismo di difesa e la sensazione spiacevole che abbiamo provato ci insegnerà come comportarci per evitare in futuro la circostanza che l’ha provocata. Sbattiamo la testa contro uno spigolo? Da quel giorno staremo più attenti a quello spigolo. Punto secondo: il dolore facilita la guarigione. Se un animale si ferisce alla zampa, la zampa diventa iperalgesica, cioè più sensibile, ed è all’improvviso una zona che, fino a quando non guarisce, viene istintivo proteggere anche da uno stimolo che di solito in quell’area circoscritta non farebbe del male. Dunque?”

Vedere se sono capace, se ci sono portata o se questo bisogno d’amore che non m’abbandona mai – mai – altro non è che il nome più comodo da dare al buco che ho dentro. Una piccola malformazione congenita, un guasto, ormai un vizio. Un’illusione ottica per cui mi pare di chiedere tutto agli altri, mentre in realtà non chiedo mai niente, se chiedere è anche, inevitabilmente, dare. Tempo, spazio. Fiducia. Possibilità.
Problemi familiari, influenza, lutto: sulle giustificazioni per saltare un giorno di scuola, sui cartelli appesi alle saracinesche abbassate non appare mai scritto innamoramento. Professore, mi si muove una pallina in pancia, professoressa, ho conosciuto Mario, ho conosciuto Maria e mi è sembrato il primo Mario, la prima Maria: ieri non ce l’ho fatta a studiare latino. Vogliate scusarmi, ma oggi la farmacia resta chiusa, oggi non apro il ristorante: è che ho conosciuto Mario, ho conosciuto Maria. Voleva che l’accompagnassi al mare e poi a ballare, capite? E io proprio proprio non potevo rispondere di no.
[...] È così che dovremmo crescere, per essere un po’ più addestrati a non perdere chi, nel tutto uguale, fa la differenza.

“Mi stanca da morire non essere mai stanca.”

Succede che fra tutte le persone che corrono e si accalorano e parlano fitto al telefonino sulla metro e ti costringono a prendere atto dell’assoluta mancanza di senso – loro e dunque anche tua – una ti convince che invece un senso ce l’hai.
Succede che fra tutte le persone senza senso, una ti pare ce l’abbia.

Niente può raggiungerti e, se qualcuno ci prova, a te il suo tentativo non pare un dono, ma un attentato: e gli ringhi e lo mordi.

Vuole darti una carezza?
Sì.
A te pare comunque che voglia darti uno schiaffo?
Sì.
Fatto sta che permetti a quella mano di entrare.
Non te ne accorgi, ma glielo permetti.

Mentre Lidia sa che se diventa impossibile stare insieme, amare non serve a niente: anzi, peggiora le cose.
Non sa però che cosa si prova quando una bambina ha i tuoi ricci e gli occhi di un’altra donna, per sempre lontanissima, comunque occhi della tua bambina.
Sa che chiedere tutto all’amore fa sì che, quando l’amore vacilla, non ci sia nient’altro a cui aggrapparsi: questo sì, Lidia lo sa.
Come Pietro sa che non chiedere niente all’amore fa sì che l’amore non ti perdoni di non averlo fatto partecipare.

Tutti e due conoscono il rumore che fa una porta quando si chiude, e che tu sia dentro o che tu sia fuori sei comunque dentro e comunque fuori; conoscono il rumore che faceva quella porta quando all’inizio si apriva e tu eri in cucina e pensavi: finalmente è tornato, finalmente è tornata; il rumore che faceva quella porta quando poi si apriva e tu steso a letto guardavi il soffitto e pensavi: oddio no, è tornato, oddio è tornata. Il rumore che fa il silenzio – soprattutto questo conoscono: il rumore che può fare il silenzio.

Sotto le impalcature di quella che ero fino a qualche mese fa, si sta insinuando l’impressione che Pietro e io potremmo salvarci. Ecco, sì. Salvarci. Ma non l’un l’altro. Ognuno da se stesso, grazie all’altro.

“Allora è davvero per questo che ci siamo lasciati? Per non lasciarci mai? Perché l’amore mette a rischio tutto, ogni giorno, e dire basta all’amore, come hai detto tu, è l’unica garanzia per non perdere mai la persona che ami?”
“Finalmente ci sei arrivata anche tu, incredibile...”

Proprio questo: mi fa sempre ridere, dice. E continua: “Mi fa sempre ridere che gli uomini riconoscono il valore di una donna solo quando cominciano a farci l’amore con una certa frequenza. Le donne, invece, hanno da subito ben presente chi è l’uomo che gli piace, infatti fanno cose pazze, si spostano da Roma a Milano pur di stargli dietro, e proprio quando cominciano a farci l’amore con una certa frequenza... tac! Gli sembra via via più indifeso. Più improbabile. Mentre agli occhi degli uomini le donne sono via via più credibili”.

Dimostriamo finalmente chi siamo e chi sempre saremo: sei contenta, così, infinita adolescenza mia? Siete contenti, vertigini e vuoto? Vizi del pensiero, mamma, papà, alibi, soliti schemi, va bene così? Paure, io non vi mollo.
Ma voi non mollate me.
Tenetemi per mano.
Sennò qui finisce che cado.
E cosa succede, se cadi?
Succede che magari cambio.

“Perché tu preferisci rimuovere le difficoltà, è una vita che vai avanti in questo modo.” Si alza ancora e ancora si accende una sigaretta.
Si alza anche Pietro, stavolta. La prende per i polsi, con la sua solita delicatezza, ma la obbliga a fissarlo.
“Di sicuro in passato mi sono comportato così, è vero. Ma al momento, francamente, non vedo quali difficoltà possano esserci fra di noi. Forse, più che della mia ignavia, è della tua incapacità di godere della pace che dovremmo parlare. Del bisogno che evidentemente hai di un nemico che in me non puoi trovare. E che dunque ti inventi.”

“È strano, no? Per certi versi lo spazio dell’intimità, dentro di noi, si restringe man mano che cresciamo: è sempre più difficile che ci si infili davvero qualcuno. Ma nello stesso tempo, man mano che cresciamo, forse dobbiamo abbandonare il sogno che quello spazio possa essere riempito da un’unica persona,”

"Quindi resto convinto che, più un uomo ti è d’ostacolo alla cosiddetta felicità, più ti solleva dalla fatica di renderti conto che l’ostacolo sei tu.”

È che ci sono sette miliardi di persone, al mondo.
Ma fondamentalmente si dividono in due categorie.
Ci sono quelle che amiamo.
E poi ci sono tutte le altre. Che sono tantissime.
Le prime invece sono poche.
Le incontriamo in spiaggia, a una mostra, su un aereo, in chat.
[...]Ci costringono a cambiare quello che riusciamo a cambiare e a fare pace con quello che non potremo cambiare mai: per questo amarsi è un’impresa.
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