6 luglio 2016

Che tu sia per me il coltello, David Grossman

Non mi sembra vero, ma credo di esserci riuscita. Dopo quasi due mesi di trascinamenti, sbadigli, dubbi esistenziali (E se lo lasciassi a metà?), udite udite: ce l'ho fatta.
A scalare l'Everest?
Ad attraversare l'Atlantico a nuoto?
No, qualcosa di ancora più titanico.
Suonino le trombe: posso finalmente riporre Che tu sia per me il coltello sullo scaffale dei libri letti. Alleluia alleluia.

Le aspettative erano alle stelle, ero sicura che avrei trovato una storia appassionata e appassionante, ma è stato tutto il contrario. 
Yair è un uomo di trentatré anni pieno di complessi, un giorno nota una donna in un gruppo di persone, la vede sorridere, scorge un suo gesto e decide: vuole conoscerla. Non è esatto dire che la vuole conoscere, ha d'impulso la sensazione che con lei possa nascere un rapporto esclusivo, intimo e al tempo stesso irreale, lontano dal quotidiano, incredibilmente vero. Yair le scrive una lettera e poi un'altra e un'altra ancora, vorrebbe che lei fosse per lui il coltello col quale tirare fuori tutta la verità, una verità che si cela dietro la banalità di esistenze normali (moglie, marito, figli, lavoro). 
La destinataria di tanto folle interesse è Myriam, che non pensa che Yair sia inquietante, né pazzo, né maniaco, né un potenziale assassino di donne sole: lei addirittura gli risponde. Ah, che sventura. Se lei non avesse continuato la corrispondenza questo romanzo non sarebbe mai nato.
Per le prime 236 pagine Grossman ci fa sorbire solo ed esclusivamente le lettere che lui scrive a lei e che lei conserva. Noi "conosciamo" Myriam attraverso la percezione di Yair (che tanto bene secondo me non sta comunque, lo ridico), lei non ha voce per quasi tutto il libro, tanto che a un certo punto mi sono pure chiesta se questo maniaco non si fosse inventato tutto, non solo l'attrazione, non solo l'amore (?), ma perfino la fortunatissima donna oggetto di cotanto, non so come definirlo, inquietantissimo slancio affettuoso.
Invece no. 
Dopo 236 pagine di lettere di Yair, alle quali sappiamo che Myriam ha risposto pur non avendo letto le risposte; dopo un primo incontro sotto la pioggia e dopo un secondo incontro in uno squallido albergo a ore nel quale i due (finalmente!) consumano questo grandissimo amore; dopo che lui si è stufato di questo gioco di corrispondenza epistolare (d'altra parte entrambi sarebbero sposati e con un figlio, ma sono dettagli); ecco, dopo tutto questo, dopo che Yair smette di scrivere a Myriam rivelandole chi è nella vita reale, lei finalmente acquista una propria voce.
Lui l'ha annientata, le ha azzerato la capacità cognitiva evidentemente, perché lei, sentendosi svuotata da quest'assenza non ha nient'altro da fare che ricopiare in un quaderno (che diventerà proprio questo romanzo) tutte le lettere che lui le ha inviato nei dieci mesi in cui si sono scritti. Quando arriva alla fine non può credere che lui davvero l'abbia rimossa dalla sua vita, dopo tutto quello che hanno condiviso, dopo tutto quello che si sono confidati, perciò continua il quaderno scrivendo lei delle lettere a Yair nella sua fantasia, scrivendo a se stessa, in realtà, come se tenesse un diario.
Il finale, che penso di non aver capito pienamente, di sicuro prova il fatto che avevo ragione quando sostenevo che Yair non aveva tutte le rotelle a posto. 
Faccio sinceramente fatica a trovare qualcosa che mi sia davvero piaciuto in questo romanzo. 
Myriam potrebbe essere un bel personaggio, una donna coraggiosa, che vive una vita complicata, con un marito che ama, Amos, una migliore amica morta anni indietro, Ana, e un figlio, Yochai, con seri problemi fisici e mentali (che si scoprirà poi non essere nemmeno suo figlio biologico). Appare sempre triste, fin dall'inizio, pagina dopo pagina si scopre il perché. 
Yair invece non mi ha per niente incuriosito, credo che qualunque donna lo avrebbe denunciato per stalking al posto di Myriam, ma giustamente la sua percezione della realtà lo ha spinto proprio verso di lei e non verso tutte le altre. Anche la moglie Maya sembra rassegnata alla sua stranezza e infedeltà, lui stesso è convinto di essere bravo a fare solo il padre di Yidò. In definitiva, non gli riesce di fare nemmeno quello. Vive solo per quello che non ha, nell'astrazione della sua fantasia, la realtà lo opprime e lui la fugge. 

Anche qui, mentre scrivo, cade la pioggia. La pioggia che Yair aspettava per porre fine al suo rapporto con Myriam. La pioggia che cancella, purifica, lava le anime. 
Addio Yair. Addio Myriam (non te l'hanno detto che non si accettano lettere dagli sconosciuti?).
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