29 aprile 2016

Il mappalibri #9 [L'amica geniale]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di L'amica geniale di Elena Ferrante.
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

27 aprile 2016

Amleto, frasi [William Shakespeare]


AMLETO Potessi non pensarci. Fragilità, il tuo nome è donna. Un piccolo mese; prima che fossero consumate le scarpe con cui, una Niobe di lagrime, aveva seguito il feretro, eccola, lei, la stessa - Dio, l'animale che manca di ragione avrebbe aspettato di più - eccola sposa a mio zio, fratello di mio padre, ma non più simile a lui che io a Ercole. Meno di un mese, prima che il sale delle lacrime ipocrite avesse finito di arrossarle gli occhi, rimaritata. Fretta abominevole, scivolare con tanta leggerezza sotto lenzuola incestuose. 

POLONIO Ecco la mia benedizione. E cerca di stampare nella memoria questi pochi precetti. Non dare lingua ai tuoi pensieri, né attuazione a pensieri non misurati. Sii famigliare senza essere volgare. Gli amici provati, agganciali all'anima tua con rampini d'acciaio, ma non intorpidirti la mano accogliendo ogni nuovo, implume, camerata. Evita le liti, ma se ci caschi, fa che il tuo avversario debba ricordarsi di te. Da' orecchio a tutti, voce a pochi; ascolta i pareri degli altri, poi giudica da te. Il tuo abito sia costoso quanto la borsa te lo può comprare, ma non stravagante; ricco, non ostentato; spesso l'abbigliamento rivela l'uomo, e in Francia le persone di società, di gusti eletti, vi badano molto. Non fare debiti, e non prestare, perché con il prestito spesso si perde il denaro e l'amico, e con l'indebitarsi, è il taglio dell'economia che si smussa. E soprattutto questo: sii fedele a te stesso; ne seguirà, come la notte al giorno, che non potrai essere falso con gli altri. 

SPETTRO Amleto, ascolta. Si è detto che un serpente mi ha morso mentre dormivo in giardino. Così la Danimarca è perfidamente ingannata da una versione artefatta della mia morte; ma sappi, nobile giovane, il serpente che morse la vita di tuo padre, oggi ne porta la corona.

SPETTRO La virtù sta salda anche se il vizio la corteggia sotto apparenza divina; ma la lussuria, anche unita a un angelo radioso, può stendersi su un letto celeste e pascersi di letame.

POLONIO La tua esca di menzogne pesca un carpione di verità.

REGINA Più sostanza e meno arte.
POLONIO Signora, cerco di non usare arte, vi giuro. Che egli sia pazzo, è vero; che sia vero, è un peccato; ed è un peccato che sia vero.

POLONIO Dubita che le stelle siano fuoco,
dubita che il sole si muova,
dubita che  la verità sia bugiarda,
ma non dubitare del mio amore.
Ofelia diletta, non so rimare; mi manca l'arte di scandire i miei sospiri; ma che ti amo, carissima, credilo. Sempre più tuo, fanciulla adorata, finché questa macchina è sua,
Amleto.

AMLETO Un sogno non è che ombra.

AMLETO La recita è la trappola in cui farò cadere la coscienza del re.

AMLETO Essere, non essere, qui sta il problema: è più degno patire gli strali, i colpi di balestra di una fortuna oltraggiosa, o prendere armi contro un mare di affanni, e contrastandoli por fine a tutto? Morire, dormire, non altro, e con il sonno dire che si è messo fine alle fitte del cuore, a ogni infermità naturale alla carne: grazia da chiedere devotamente. Morire, dormire. Dormire? Sognare forse. Ecco il punto: perché nel sonno di morte quali sogni intervengano a noi sciolti da questo viluppo, e pensiero che deve arrestarci. Ecco il dubbio che tiene in vita a così tarda età gli infelici, perché chi vorrebbe subire la sferza e gli sputi del tempo, i torti dell'oppressore, contumelie dall'uomo arrogante, pene per l'amore sprezzato, remore in luogo di legge, gli uffici e la loro insolenza, e gli oltraggi che il merito paziente ha inflitti dalla iniquità, quando egli stesso, nient'altro che con un pugnale, potrebbe far sua la pace? Chi vorrebbe portare some, gemere, smaniare sotto una vita opprimente, se lo sgomento di qualcosa dopo la morte, l'inesplorato dei continenti dalla cui frontiera non c'è viaggiatore che torni, non intrigasse la volontà, facendo preferire il peso dei mali presenti al volo verso altri di cui non si sa? È la coscienza che ci fa vili, noi quanti siamo. Così la tinta nativa della risoluzione si stempera sulla fiacca paletta del pensiero, imprese di grande flusso e momento insabbiano il loro corso e perdono il nome di azione.

RE Amore! Le sue passioni non vanno per questo corso, e ha detto parole incoerenti, ma non da pazzo. C'è qualcosa in quell'anima, su cui sta la malinconia: pericolosa la covata che se ne schiuderà.

AMLETO Mio Dio, signora, un buffone, tutto vostro. Che dovremmo fare, se non darci buon tempo? Guardate come è allegra mia madre, e mio padre è morto che non son due ore.

RE E per finire dove cominciai,
destino e volontà son così avversi
che i nostri piani spesso vanno persi:
nostri i pensieri, gli esiti mai.

SPETTRO La passione è più forte nelle nature più deboli.

AMLETO Un uomo può pescare con il verme che ha mangiato un re, e mangiare il pesce che ha inghiottito quel verme.
RE Che vuol dire?
AMLETO Niente; vi spiego come un re possa trovarsi in viaggio ufficiale nelle budella di un mendicante.

RE Non che io ne dubiti; ma il tempo, che dà principio all'amore, ne modifica il fuoco e la scintilla; io lo so per prova. Dentro la fiamma stessa dell'amore c'è uno stoppaccio che la consuma. Niente che sia ottimo può mantenersi eternamente tale; anzi, ogni buona qualità, facendosi pletorica, muore del suo proprio eccesso. Ciò che vorremmo fare, dovremmo farlo quando vorremmo, perché quel «vorremmo» cambia, passando crisi e indugi quante sono lingue, mani, evenienze; dunque il «dovremmo» è come il sospiro del prodigo, che duole ma dà sollievo.

II BECCHINO La verità vuoi saperla da me? Se non fosse un cadavere gentildonna, niente sepoltura cristiana.
I BECCHINO L'hai detto. È una grande ingiustizia, che a questo mondo la gente ripulita abbia più diritto di annegarsi o di impiccarsi che noi, comuni cristiani.

AMLETO Basta. Orazio, io muoio, tu vivi, racconta la verità su me, sulla mia causa, ai dubbiosi.

25 aprile 2016

Uomini e no, Elio Vittorini

Enne 2 è il capitano dei GAP di Milano, si muove in città assaporando il mite dell'inverno del 1944, il più mite dal 1908, gli dicono i più anziani. Per lui il 1908 è solo l'anno di nascita del suo amore: Berta, che non vive più a Milano da quando le hanno distrutto la casa. Vive fuori città, con suo marito, un misterioso uomo che ha sposato dieci anni fa, poco prima di conoscere Enne 2.
Il loro è un amore tutt'altro che semplice, lei è confusa, vorrebbe che lui la cercasse, ma non è mai pronta ad amarlo seriamente, restando con lui, a prescindere dall'altro uomo al quale si è unita. 
La guerra civile è nel pieno della sua violenza, Enne 2 è impegnato con le azioni contro i tedeschi, ma non smette neanche per un istante di pensare a lei, al suo ritorno, che stavolta, ne è certo, sarà definito. A casa sua ha da dieci anni il vestito di lei appeso dietro la porta, in attesa che Berta torni e che torni non per un paio d'ore, ma per sempre. 
Guerra e amore, la vita di tutti gira loro intorno.
Sono tempi duri, c'è solo da resistere. Resistere o perdersi. Resistere e perdersi. Enne 2 finisce col compiere la seconda scelta, Berta non tornerà, in cuor suo lo sa e sa anche che non c'è niente di eroico in quello che fa. Forse è stanco di resistere, forse è stanco di non avere più nemmeno un nome vero, forse vuole solo perdersi, finalmente: chiudere gli occhi e tornare indietro all'infanzia, un'infanzia da vivere insieme a lei, almeno nei sogni.
La sua scelta di non scappare dalla propria abitazione è la scelta consapevole di andare incontro a morte certa, ma non gliene importa. È pronto a morire da vile, non da eroe, ma un operaio che tenta di salvarlo gli lancia l'idea per una fine più gloriosa: farsi uccidere per uccidere Cane Nero. Ma Enne 2 sa che è solo un maldestro tentativo di coprire la verità: è solo stanco, di tutto.

Uomini e no è considerato il primo romanzo della Resistenza italiana, una Resistenza che si combatte non sui monti ma a Milano, una Resistenza che manca quasi di motivazioni, nei protagonisti. Sono tutti uomini semplici, quelli che attentano alla vita dei nazisti, uomini che non hanno studiato, che sanno da che parte devono stare, ma che pare certe volte non sappiano il perché. Le ragioni ideologiche scarseggiano.

In questo romanzo mi sono trovata davanti una Resistenza diversa dal solito, davanti a uomini che di sicuro dobbiamo ringraziare, anche se forse sono morti privi di vere convinzioni. Mi sono mancate le parole delle Lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana. Lì si andava incontro alla morte con orgoglio, con la consapevolezza di fare una cosa giusta, una cosa per cui ne valesse la pena, di morire. In Uomini e no tutto questo manca: i protagonisti sono più stanchi che eroi. Credo che il concetto sia già espresso nel titolo: Uomini e no non credo che stia a significare che c'è chi da una parte è uomo e chi, dall'altra, non lo è; credo che stia invece a indicare che tutti, militi o patrioti, hanno in sé una parte che è umana e un'altra che invece non lo è.
Può essere che a un milite, di fronte alla scena di un uomo fatto sbranare dai cani, passi la voglia di fare il "lavoro" che fa, anche se poi perderebbe tremila al mese e allora forse conviene far finta di niente e non lasciarsi troppo coinvolgere.
Può essere che un partigiano non riesca a sparare a un tedesco, perché nei suoi occhi tristi rivede i propri, le stesse mani di operaio, la sua stessa grigia umanità.
Il romanzo si conclude con un'affermazione dell'operaio arruolato da Enne 2 prima di morire, lui non ha saputo uccidere quel tedesco a sangue freddo, dopo averne incrociato lo sguardo. «Imparerò meglio», dice. Anche lui, nel giro di poco tempo, senz'altro diventerà un uomo e no.

Buon 25 aprile! Viva l'Italia e chi ha lottato per la nostra libertà.

22 aprile 2016

Il mappalibri #8 [Dizionario delle cose perdute]

Il mappalibri è la rubrica del venerdì, nella quale ho pensato di condividere gli scarabocchi che realizzo a caldo dopo la lettura di un libro. 

Se anche voi avete voglia di scarabocchiare in senso quasi letterale le storie che leggete e di condividerle su Instagram vi chiedo di usare gli hashtag #ilmappalibri e #scarabocchidipensieri e di taggarmi (@scarabocchidipensieri) nei vostri scatti così che io possa ritrovarvi facilmente. Se vi va di giocare insieme a me sicuramente il venerdì ci sarà posto anche per i vostri scatti! 

Questa settimana è il turno di Dizionario delle cose perdute di Francesco Guccini
Qui il post con gli scarabocchi sul libro e qui le frasi che ho sottolineato.

18 aprile 2016

Amleto, William Shakespeare

Una settimana di influenza ad aprile ed ecco che mi sono ricordata di avere un blog, un blog che stupidamente vorrei ancora gestire come un paio di anni fa, intensamente, con un ordine e un progetto, ma la verità è che la mia vita è cambiata, sono cambiata io, insieme a me i miei impegni e qualcosa, inevitabilmente, mi sfugge. 

Intanto vorrei semplicemente riuscire a leggere di più di quello che ho fatto negli ultimi mesi: mi vergogno di essere ferma col blog da quando sono ferma con la lettura: sono ferma ad Amleto, che è stato il dramma del mese di febbraio della #maratonaShakespeariana. Ricordate?
Amleto è il principe di Danimarca, al trono siede lo zio Claudio, che, dopo la morte del fratello, gli ha subito "rubato" oltre al potere anche la moglie Gertrude, madre di Amleto.

Il primo atto si apre con l'apparizione dello spettro del defunto re Amleto alle guardie, che subito avvisano il figlio. È direttamente a lui che lo spettro rivela la verità sulla sua morte, di essere cioè stato ucciso dal fratello Claudio per fame di potere e lussuria. Ad Amleto lo spettro chiede vendetta.

La rivelazione del padre defunto sciocca completamente Amleto, che di punto in bianco impazzisce. È il secondo atto e tutto cambia, in lui. Non è più quel semplice giovanotto innamorato della bella Ofelia, figlia di Polonio e sorella di Laerte: ora è un uomo che deve vendicare il padre. Il suo comportamento sopra le righe ai più appare determinato proprio dall'amore non corrisposto per Ofelia, Polonio stesso ne è convinto, che si tratti solo di una follia d'amore. Non è così e la sua pazzia è molto più lucida e razionale di quello che sembra agli altri. Lui è sì, profondamente scosso dalla menzogna in cui si trova immerso, dalle maschere che lo circondano, ma è determinato a guardare oltre e a far confessare lo zio. 
L'occasione gli cade addosso quando a corte arriva una compagnia di attori: Amleto pensa di far mettere loro in scena l'uccisione di suo padre. In questo modo, durante la recita, l'espressione sul volto di Claudio gli rivelerà la verità.

Nel terzo atto, spiando con Polonio un incontro tra Ofelia e Amleto provocato proprio per capire l'origine dell'improvvisa pazzia del principe, Claudio inizia a temere che ci sia qualcosa di pericoloso per lui nascosto in quell'anima scossa, perché le parole di Amleto sono sì incoerenti, ma non da pazzo. Fa molto bene a preoccuparsi. 
Questo è il momento cruciale, perché accadono fatti che determineranno tutto il seguito: Amleto che rifiuta Ofelia, la recita a corte degli attori (teatro nel teatro) che mostra chiaramente la veridicità della rivelazione iniziale dello spettro, infine l'uccisione di Polonio da parte di Amleto, per sbaglio.

Nel quarto atto a impazzire è Ofelia, forse per amore o forse per la morte del padre, perde completamente il senno della ragione fino a suicidarsi gettandosi in un fiume. Mentre Amleto, sempre più amareggiato dalla finzione in cui vive, viene mandato in Inghilterra, dove non arriverà mai, torna in patria Laerte, di nascosto, che pretende giustizia non solo per l'uccisione del padre, ma anche per averlo sepolto chissà dove, clandestinamente. Il re Claudio si dichiara innocente e subito sfrutta la situazione per allearsi col figlio di Polonio contro Amleto.

Nel quinto atto si compie la tragedia. Amleto è tornato in Danimarca grazie a un incontro con l'esercito di Fortebraccio, principe di Norvegia, per lui è pronta la trappola mortale del re e di Laerte, trappola che però fa restare vittima innanzitutto lo stesso Laerte, anche Gertrude per sbaglio si avvelena. Amleto, ormai mortalmente ferito, riesce a compiere la sua vendetta, colpendo il re. A Orazio, suo amico e confidente, chiede di narrare la sua storia.
Fortebraccio sarà il nuovo re di Danimarca.
Sebbene conoscessi già, per ricordi liceali, l'Amleto, devo dire che non mi ha conquistata al pari di Macbeth. Penso che sia stata una lettura molto, molto, molto più complicata, di cui di sicuro avrò perso migliaia di dettagli e significati nascosti. 

Di Amleto mi ha colpito questo suo essere figlio maschio orfano di padre, con una madre che, subito, si è messa nel letto di un altro uomo, che subito si è lasciata di nuovo andare all'amore e alla passione, mentre lui, Amleto, si sente solo e spaesato senza la guida dell'uomo che l'ha messo al mondo. Amleto non cerca un sostituto, lui non vuole un altro uomo nel suo cuore. Lui vuole il padre, il suo rispetto, il suo onore. È una vendetta carica di amore e gelosia, secondo me.
Mi ha colpito molto la scena al cimitero in cui Amleto prende in mano il teschio di Yorick e a lui, al suo ricordo, si rivolge. Penso che siamo tutti un po' Amleto, in un certo senso. Tutti circondati da apparenze finte, senza alcuna realtà. Siamo tutti possessori di una vita che finirà, diventeremo tutti come Yorick, con dei buchi vuoti al posto degli occhi, senza più sorrisi, senza più espressioni. Diventeremo tutti polvere. 
Oggi siamo, domani non più. 
Essere o non essere.
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